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Dott. Angelo Villa

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La caverna platonica nell’era onlife, tra maschere e identità digitali

2026-04-03 18:35

di Veronica Giglio

FORT-DA numero 6/2026,

La caverna platonica nell’era onlife, tra maschere e identità digitali

di Veronica Giglio

«Quando uno fosse sciolto e improvvisamente costretto ad alzarsi, a
girare il collo, a camminare, ad alzare lo sguardo verso la luce, tutto
questo facendo soffrirebbe e a causa del riverbero non potrebbe
fissare gli occhi sugli oggetti di cui prima vedeva le ombre; che cosa
credi risponderebbe, se qualcuno gli dicesse che prima vedeva
semplici illusioni, e che ora, più vicino all'essere e rivolto verso
oggetti dotati di maggiore esistenza, vede in modo più corretto, e se
inoltre, mostrandogli ognuno degli oggetti che sfilano, gli chiedesse
che cosa è, e lo costringesse a rispondere? non credi che sarebbe in
difficoltà e riterrebbe che ciò che vedeva prima era più vero di quel
che adesso gli si mostra?»
Platone, Repubblica 515D

Platone è passato alla storia come il padre della metafisica occidentale, teorizzando l’esistenza di entità intelligibili, eterne e immutabili, che risiedono in un luogo sopraceleste, il Mondo delle Idee, realtà ontologicamente ed epistemicamente superiore a quella sensibile. Ed è proprio per questo che Raffaello, nel celebre affresco della Scuola di Atene, lo raffigura con l’indice che punta vero l'alto, mentre sfida con lo sguardo Aristotele, che invece indica il mondo che ha davanti a sé; il dito di Platone è rivolto verso l’Iperuranio, una dimensione distinta dal mondo in cui viviamo, che ospita oggetti differenti rispetto a quelli che incontriamo nell’esperienza quotidiana.

Platone distingue in modo netto due dimensioni, due generi di realtà. Da una parte il dominio di “ciò che è sempre e non muta”, che per definizione non può essere dotato di materia, ossia il Cosmo delle Idee; dall'altro, invece, il dominio di “ciò che sempre muta”, e che per questo non può essere oggetto di conoscenza, ma solo di opinione, ovvero il mondo empirico. Questa dicotomia viene tradotta in termini geometrici nell’immagine della Linea divisa, che separa il mondo visibile da quello intellegibile: la realtà corporea, percepibile con i sensi, da quella incorporea, accessibile alla ragione. Attraverso questa metafora, Platone spiega che esistono diverse modalità di conoscenza perché esistono gradi diversi di realtà, più o meno chiari e più o meno veri, a seconda che lo sguardo si rivolga al sensibile o la mente all’intellegibile, ritenuto più vero e stabile.

Per rendere ancora più netta la separazione tra i due mondi – tra ciò che appare e ciò che è – Platone ricorre all’allegoria della caverna. Alcuni uomini sono incatenati fin dalla nascita all’interno di una caverna, con lo sguardo fisso su una parete, incapaci di voltarsi. Alle loro spalle, un fuoco proietta le ombre di persone e oggetti in movimento, e i prigionieri finiscono per scambiare quelle ombre per l’unica realtà. In verità, non sono che simulacri, le cui cause restano invisibili, in un luogo in cui apparenza e verità si fondono senza distinzione. Se uno di essi venisse liberato e condotto verso la luce, all’inizio resterebbe accecato e, abituato all’oscurità del mondo sotterraneo, faticherebbe ad accettare che i passanti e i loro oggetti siano più reali delle ombre fino ad allora conosciute. In questo passaggio l’uomo incontra dolore e resistenza, si oppone al cambiamento, e solo attraversando questa fatica compie una trasformazione che è insieme intellettuale e morale. Uscito infine dalla caverna, potrebbe accedere alla realtà solo per gradi, fino a riuscire a sostenere lo sguardo sulla verità stessa.

Il pensiero platonico, pur risalendo al IV secolo a.C., risulta molto più attuale di quanto si possa immaginare. Vi si intravedono interessanti corrispondenze con il mondo digitale – immateriale – che caratterizza la nostra epoca contemporanea. Platone non è stato solo precursore nel delineare l’esistenza di una dimensione separata dal mondo empirico, una distinzione che oggi trova un evidente riscontro nella realtà virtuale; ma le sue intuizioni continuano, ancora oggi, a indurci a riflettere sulla percezione della realtà e a interrogarci sulla sua stessa natura.

Una rilettura in chiave moderna del mito della caverna è il film americano del 1998 The Truman Show, in cui il protagonista vive dal primo istante di vita in un mondo apparentemente perfetto e ordinato. Ogni aspetto della sua esistenza è controllato e ogni tentativo di Truman di spezzare la sua routine, come il desiderio di viaggiare o di fare nuove esperienze, viene costantemente ostacolato dagli eventi. Tutte le persone che lo circondano sono attori e l’ambiente in cui vive è una realtà fittizia, interamente costruita per un reality show, seguito da milioni di spettatori, di cui egli stesso è protagonista. Truman percepisce questo mondo come reale fino a quando alcune anomalie e piccole indizi iniziano a incrinare le sue certezze, portandolo a mettere in discussione ogni aspetto della vita che lo circonda. Dopo vari tentativi falliti di fuga, Truman affronta il mare, da sempre presentato come invalicabile e mortale. Solo, su una piccola barca sfida le onde e una violenta tempesta artificiale, scatenata per terrorizzarlo e costringerlo a tornare indietro. Nonostante la paura e il rischio di morire, egli resiste e continua a navigare fino a raggiungere il limite fisico del suo universo; quando l’imbarcazione urta contro quella che sembra essere la fine del cielo, scopre che è solo una scenografia dipinta. Scende dalla barca e sale una scala che lo conduce a una porta nascosta nel fondale del set. Apre la porta e oltrepassa il confine del mondo artificiale, abbandonando l’illusione e accedendo finalmente alla verità, come il prigioniero platonico che, dopo la sofferenza, lascia la caverna e scorge il Sole.

Ma chi sono oggi i prigionieri della caverna? Forse è l’intera società contemporanea, immersa in caverne digitali, vite artificiali analoghe a quella di Truman, continuamente esposte e filtrate. Un mondo artefatto che promette connessione e vicinanza, ma che produce un insidioso isolamento. Se per Platone il Mondo delle Idee è superiore e rappresenta la vera realtà, fonte di ogni conoscenza, l’attuale realtà virtuale sembra invece muoversi in una direzione diametralmente opposta, orientandosi verso il basso. Pur offrendo un’esperienza che oltrepassa la dimensione fisica attraverso nuove possibilità e identità, essa costruisce uno spazio in cui tutto appare più semplice e immediato, rendendo accessibili il successo, il guadagno, la competenza e persino la bellezza. Anche le relazioni vengono ridotte a un like o a un follow; il valore di una persona si misura nel numero di visualizzazioni e la sua credibilità si affida a una spunta blu, peraltro acquistabile. Tuttavia, questa nuova forma di trascendenza si rivela come una katábasis all’interno di una caverna moderna, in cui le immagini digitali, come le ombre, finiscono spesso per sostituire il contatto con il mondo reale, e dove è sempre più difficile distinguere il simulacro dalla realtà.

Resta allora da chiedersi se i prigionieri della caverna digitale desiderino davvero essere liberati o se, al contrario, preferiscano rimanere incatenati alle proprie illusioni. Analogamente all’uomo che esce dalla caverna platonica, inizialmente riluttante a sostenere lo sguardo verso la luce e a lasciare le ombre a lui familiari, nell'era del virtuale molti preferiscono restare in un mondo illusorio modellato sui propri desideri, in cui tutto sembra possibile, persino la tanto ambita perfezione umana. Restare immersi nel mondo digitale permette di plasmare una versione ideale di sé, cancellando le imperfezioni del mondo fisico e costruendo un’identità idealizzata, con un corpo più attraente e un volto più bello e levigato. Possiamo persino generare, grazie all’intelligenza artificiale, virtù e abilità che nella realtà ci sono lontane. In questo modo, chi nella vita reale fatica a confrontarsi con la propria identità può indossare una maschera, nascondere le proprie fragilità dietro filtri e schermi, e fingere di essere ciò che non si è.

Luigi Pirandello aveva già compreso che per vivere in società è necessario indossare maschere. Nel romanzo Il fu Mattia Pascal, il protagonista conduce una vita noiosa, che non gli appartiene. Per via di costrizioni familiari sposa Romilda, ma il matrimonio è infelice: le aspettative della famiglia e le rigide convenzioni sociali lo opprimono, ed egli si sente incapace di reagire. Quando trova lavoro come bibliotecario, la sua routine diventa ancora più monotona, e le letture filosofiche lo turbano e lo spingono a riflettere sul senso dell’esistenza, senza però trovare risposte rassicuranti. Dopo la morte della madre e di una figlia, Mattia si allontana da casa e solo in seguito scopre per caso di essere stato creduto morto. Approfitta di questo equivoco per cambiare identità, assume il nome di Adriano Meis e tenta di costruirsi una nuova vita, convinto di poter finalmente vivere libero da obblighi e responsabilità. Per la prima volta può decidere come mostrarsi agli altri, chi essere e come inseguire i propri desideri; ma, pur godendo di una certa libertà, Mattia scopre che anch’essa è illusoria, perché è costretto a recitare costantemente un ruolo e avere solo relazioni fittizie. Senza un’identità legale non può amare, difendersi o far valere i propri diritti. Così si ritrova ancora più solo e comprende che la sua nuova condizione non è poi così diversa da quella precedente da cui è fuggito, e che non si può mai scappare dalla solitudine e dalle responsabilità della propria esistenza. Dunque inscena la morte anche di questa seconda identità e decide di tornare indietro. Scopre così che il mondo che si era lasciato alle spalle è comunque andato avanti senza di lui. La moglie si è rifatta una famiglia e per Mattia non c’è più posto nel mondo dei vivi. Rinuncia così a riprendere il suo nome e torna a lavorare in biblioteca, dove scrive la sua storia. Può ormai definirsi soltanto come il fu Mattia Pascal, un uomo che ha capito troppo tardi che non si può vivere davvero fuori dalle forme che la società impone.

In ambito psicoanalitico, Lacan descrive una struttura psicologica affine attraverso il concetto di sembiante, distinguendolo dal Reale, inteso come ciò che sfugge al linguaggio e alla simbolizzazione e rinvia alla mancanza strutturale che attraversa l’essere umano. Il sembiante non coincide né con la verità né con la falsità, ma è una maschera simbolica o immaginaria necessaria, che rende possibile il legame con l’Altro e l’organizzazione della vita psichica e sociale. Poiché non esiste un accesso diretto al Reale, ogni relazione umana passa attraverso i sembianti, che offrono un’apparenza di ordine e di identità là dove il Reale si manifesta come vuoto o discontinuità, senza tuttavia colmare la mancanza. A differenza del significante, che opera principalmente nel registro del linguaggio, il sembiante riguarda la messa in scena del desiderio e del godimento, modulati nei rapporti sociali e sessuali in modo da sostenere il legame con l’Altro senza un contatto diretto con il Reale. Questa funzione si manifesta nella vita sociale attraverso ruoli, comportamenti codificati, abiti, uniformi e convenzioni. Tali “maschere” non rimandano a un’essenza dell’individuo ma operano come supporti simbolici che rendono possibile l’autorità, la competenza e la riconoscibilità sociale. In una lettura contemporanea si può pensare al rapporto tra sembiante e Reale come analogo a quello tra virtuale e analogico. Il sembiante agisce come una sorta di realtà virtuale psichica che produce una rappresentazione necessaria e funzionale per il soggetto. Proprio come il virtuale crea ambienti che mediano la nostra esperienza analogica senza coincidere completamente con essa, così il sembiante vela e organizza la mancanza, permettendo al soggetto di confrontarsi con il Reale in una forma simbolicamente abitabile.

Se le caverne digitali e le maschere definiscono le nostre relazioni e la nostra identità, di cosa è fatta oggi l’esperienza umana? A questa domanda risponde il filosofo Luciano Floridi, considerato uno dei massimi esperti mondiali di filosofia ed etica dell'informazione, nonché di intelligenza artificiale. Secondo Floridi oggi viviamo in un contesto ibrido, che lui ha chiamato onlife, un termine che unisce online e offline. Nella nuova esistenza onlife la barriera tra reale e virtuale è caduta e non ha più senso distinguere nettamente le due dimensioni, perché le nostre azioni, le relazioni e le esperienze si svolgono simultaneamente in entrambe. Per spiegare questa condizione, Floridi utilizza la metafora delle mangrovie, che crescono dove il fiume incontra il mare, in un’acqua né dolce né salata, ma salmastra. Allo stesso modo esperienza digitale e vita analogica si mescolano nella nostra quotidianità, rendendo impossibile tracciare un confine netto tra mondo virtuale e mondo fisico. Si

tratta di una vera trasformazione ontologica, perché modifica il modo in cui il mondo ci si manifesta e che abitiamo ogni giorno: relazioni, lavoro, tempo libero, scuola e apprendimento. Tutti siamo immersi in questo stato ibrido, in cui reale e digitale convivono e definiscono la nostra vita. In questo contesto, le identità si costruiscono, si mostrano e si fondano continuamente tra esse.

Il paradosso della nostra società contemporanea è che siamo noi stessi a scegliere di entrare nella caverna digitale, condividendo la nostra vita e le nostre abitudini sui social, costruendo una narrazione continua e patinata della nostra esistenza, fatta di ombre. Senza rendercene conto, siamo al tempo stesso protagonisti, come in The Truman Show, e spettatori del grande spettacolo digitale e nella stessa condizione degli uomini della caverna, accettiamo la realtà del mondo così come ci viene presentata. Questa dimensione diventa la nostra comfort zone, uno spazio in cui indossiamo una maschera che media la nostra mancanza e ci consente di attenuare difetti, fragilità e fallimenti che altrimenti risulterebbero difficili da sostenere. Ma se il confine tra reale e virtuale è sempre più labile e la nostra esistenza è ormai onlife, non possiamo fare a meno di chiederci se siamo davvero liberi di scegliere e di agire, o se le nostre abitudini, i nostri bisogni e desideri – compreso quello di avere un corpo, un volto e una vita perfetta – non siano forse il risultato di un Demiurgo 2.0, che opera silenziosamente.
 

BIBLIOGRAFIA

Floridi, L. Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica. Milano: Raffaello Cortina, 2020.

Floridi, L. La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo. Milano: Raffaello Cortina, 2017.

Lacan, J. Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi. Torino: Einaudi, 2001.

Lacan, J. Il seminario. Libro XVIII. Di un discorso che non sarebbe del sembiante. Torino: Einaudi, 2011.

Pirandello, L. Il fu Mattia Pascal. Milano: Feltrinelli, 2018.

Platone. La Repubblica, a cura di Mario Vegetti, Milano: BUR Rizzoli, 2021.

Raffaello Sanzio. La scuola di Atene. Affresco, 1509–1511, Musei Vaticani, Città del Vaticano. Weir, P. (reg.). The Truman Show. Stati Uniti: Paramount Pictures, 1998
 

Realizzazione sito web: Marco Benincasa

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