forma 1
forma 2
angelovilla01

Dott. Angelo Villa

Psicoterapeuta

scritta heater3.svg
logo maschera cpl-ipp_white.svg

Reti Social


facebook
instagram
linkedin

Via Agrigento 50, Palermo, Italia - Tel: +39 091 976 2399

Email: segreteria@scuolapsicoterapiaipp.com

Il godimento dello schermo nell’epoca postmoderna tra supplenza e chiusura

2026-04-03 18:20

di Valentina Calavitta

FORT-DA numero 6/2026,

Il godimento dello schermo nell’epoca postmoderna tra supplenza e chiusura

di Valentina Calavitta

Abstract

L’articolo volge alcune riflessioni sulla funzione dello schermo nella clinica contemporanea, come luogo di organizzazione del godimento. In una prospettiva lacaniana, si mette in relazione l’uso del digitale con la questione del Nome-del-Padre e della sua forclusione, avanzando l’ipotesi che lo questo possa operare, in alcuni casi, come forma di supplenza. A partire, da un riferimento clinico, si tenta di mantenere aperta la questione tra funzione stabilizzante e rischio di dipendenza.

Lo schermo e il suo godimento

Nella pratica clinica quotidiana la questione dell’uso dello schermo è sempre più frequente come luogo in cui il soggetto sembra trovare una certa posizione rispetto al suo stato di sofferenza e mancanza. Non basta parlare di “uso” o di “abuso” piuttosto sembra che il digitale venga a occupare una funzione precisa nel rapporto tra il soggetto e il suo godimento.

In alcuni casi, infatti, il soggetto non parla tanto di ciò che fa davanti allo schermo bensì sul fatto che è lì di fronte ad esso per attenuare la propria angoscia o soddisfare  semplicemente il proprio bisogno.

J. Lacan nel Seminario XI distingue il godimento dal piacere, evidenziando come ciò che eccede è la regolazione simbolica, in questo senso il godimento non è semplicemente ciò che soddisfa ma ciò che rimane fisso anche quando non produce alcun beneficio evidente.

Se si guarda a certe pratiche legate allo schermo (lo scorrere continuo, il restare connessi, il bisogno di essere in contatto a qualsiasi ora) emerge con chiarezza come non si tratta sempre di trovare un piacere ma un bisogno di ripetizione che spesso in alcuni casi si traduce in una vera dipendenza.

Sempre nel  Seminario XI di J. Lacan emerge il concetto del registro scopico concetto che appare pertinente in riferimento in questa circostanza poichè lo schermo, in qualche modo permette di rimanere connessi nel sociale senza essere direttamente esposti allo sguardo dell’Altro e di ridurre in ogni caso la sua presenza. Tale oggetto sembra allora offrire un supporto particolare a questa dimensione che funge da regolatore dello sguardo dell’Altro introducendo una distanza da egli evitando di conseguenza l’incontro diretto. Per tali ragioni si potrebbe ipotizzare che  il godimento legato all’oggetto schermo sembra basarsi su una chiusura su se stesso; ciò che è in gioco non è semplicemente l’uso del digitale ma il godimento soggettivo attraverso di esso, un godimento che non produce necessariamente piacere ma essendosi organizzato come ripetizione, anche quando il soggetto stesso non coglie la soddisfazione, esso tende a riattualizzarsi.

 

Nome-del-Padre e supplenza

J. Lacan nel Seminario III, fa riferimento al concetto di forclusione del Nome-del-Padre elemento che determina la struttura psicotica e nello specifico, quando il significante paterno non è operante, il soggetto può trovarsi esposto a un reale regolato da un limite con difficoltà nella regolazione del rapporto con l’Altro e con il proprio godimento.

In alcuni contesti della clinica, così come sostiene J. A. Miller rispetto al concetto dell’evaporazione del padre nell’epoca ipermoderna, emerge con frequenza che l’uso dello schermo possa occupare un posto particolare in questo vuoto che seppur non agisce come Nome-del-Padre ma come qualcosa che introduce una certa organizzazione rispetto ad un limite operativo che potrebbe agire sulla regolazione del corpo con conseguente riduzione dell’invasività. Si potrebbe dunque ipotizzare che lo schermo funzioni come una forma di supplenza, una forma di supporto alla supplenza che ad ogni modo genera una chiusura, poiché non si tratta di una supplenza simbolica in senso pieno ma un dispositivo che circoscrive il godimento evitando l’irruzione del reale come una sorta di stampella che sostiene ciò; bisognerebbe comprendere se questo genere di supplenza determini delle aperture o chiusure.

In tale visione la supplenza, infatti, non è senza ambiguità ma ciò che stabilizza e che può anche fissare: si osserva in quei casi in cui il dispositivo diventa difficilmente separabile, come se l’uscita da quel dispositivo comportasse un’esposizione eccessiva nel reale e dunque potrebbe determinare angoscia. Da ciò si deduce come non è importante fari riferimento tanto alla quantità dell’uso che il soggetto ne fa quanto invece la posizione del soggetto di fronte ad esso.

 

Un accenno clinico

Il riferimento ad un caso clinico porta ad osservare la questione di un giovane paziente appena maggiorenne che descrive il suo tempo davanti allo schermo come l’unico momento in cui riesce a stare senza angoscia. Si tratta di A.  paziente adolescente segnato da esperienze precoci di trauma, abbandono e dipendenza con presenza di sintomi quali attacchi di panico, ansia generalizzata e importante somatizzazione. Da piccolo A. cresce all’interno di un contesto familiare in cui il padre assume comportamenti violenti nei confronti della madre fin quando abbandonerà tutta la famiglia.
Da quel momento A., al tempo 3 anni, cresce in un contesto di forte precarietà economica e deprivazione affettiva dominato dalla esclusivamente dalla presenza materna vissuta al contempo come fragile e assoluta che nel giro di poco tempo si ammalerà di depressione e anoressia nervosa. Durante l’infanzia A. si descrive come un bambino spericolato e incapace di rispettare le regole, ha bisognoso di attirare l’attenzione con comportamenti anche pericolosi ed eccessivi.
Secondo una lettura psicoanalitica A. si presenta come un soggetto che tenta di farsi riconoscere attraverso l’atto e il corpo, in assenza di un significante paterno capace di mediare la relazione con l’Altro.

Durante l’inizio dell’adolescenza A. entra in contatto con una gang giovanile ambiente in cui riesce a trovarsi un posto e un nome: viene riconosciuto dapprima come “fratello” successivamente si merita la funzione di “capo”. Questo riconoscimento diventa la sua prima forma di appartenenza simbolica, un tentativo di costruire un’identità attraverso il potere e il controllo con l’assunzione precoce e massiccia di cannabis, che negli anni contribuirà ad amplificare la sua sofferenza.

A 17 anni, a causa di un improvviso controllo delle forze dell’ordine, è preso dalla paura e abbandona la gang, la scuola e si ritira in casa avvicinandosi al mondo dietro lo schermo,  in particolare la PlayStation oggetto che diventerà il suo unico mezzo di contatto con il mondo.

L’attività videoludica che inizialmente vive come una forma di evasione si trasforma in poco tempo in una vera e propria dipendenza al punto da riuscire ad occupare fino a 22 ore al giorno, riducendo il sonno a meno di due ore per notte.

Descrivendo il momento in cui si trova davanti allo monitor emerge nel suo dire un corpo che si calma, il respiro che si regolarizza e i pensieri intrusivi che riguardano le paure per le possibili malattie perdono intensità, come se trovasse lì una forma di piacere che non è possibile in diverse circostanze o modalità. Questo stato tende progressivamente ad ampliarsi finché la ripetizione porta ad occupare la quasi totalità del tempo del soggetto, considerandolo come uno spazio privilegiato ed esclusivo per il suo funzionamento in cui il gioco online verrà usato senza limiti di tempo e orari.

In questo contesto si nota come lo schermo assume una funzione centrale, divenendo non solo un supporto al suo malessere ma il principale punto di ancoraggio. Il gioco rappresenta dunque una sorta di sostegno dell’essere: davanti allo schermo A. dice di stare tranquillo, di non sentire più i ticker, di non avere paura rispetto all’accaduto. Al di fuori di questo spazio, l’incontro con l’Altro diventa rapidamente difficile da sostenere. In questo senso, lo schermo sembra operare come un dispositivo che consente una regolazione del godimento, lì dove il soggetto appare particolarmente esposto nel rapporto con l’Altro, una sorta di appoggio, quasi una stampella che renderebbe difficile ogni separazione, come se l’uscita comportasse una perdita di equilibrio nella propria organizzazione.

Non si tratta, infatti, di un’abitudine o preferenza ma di qualcosa di necessario volto alla regolazione del proprio stato che nonostante si potrebbero cogliere i limiti non sempre riescono ed evidenziarsi chiaramente da determinare un’interruzione o almeno una diminuzione.

In questo caso, dal dire del paziente,  il legame con l’Altro viene ugualmente mantenuto attraverso il dispositivo stesso che se da una parte permette una distanza al tempo stesso una presenza controllabile e non angosciante.

Questo riferimento mostra in modo più chiaro ed evidente la doppia faccia della funzione dello schermo: da un lato una supplenza che consente una certa stabilizzazione, dall’altro una modalità di godimento che si organizza come ripetizione e che tende a sottrarsi all’interruzione.

Di fronte a quando espresso usare una posizione normativa che possa essere contro o a favore del digitale appare poco utile, piuttosto bisognerebbe interrogare come tale funzione possa assumere importanza per quel soggetto in particolare. Forse il lavoro clinico consiste nel rendere possibile un minimo scarto tra uso e fissazione, tra sostegno e cattura il che non sempre è possibile e immediato.

Quando anche lo schermo inizia a non bastare più si amplificano i sintomi che manifestano importanti stati d’ansia e difficoltà di concentrazione anche durante il gioco così A. teme di poter impazzire e perdere il controllo. A questo punto emerge la richiesta d’aiuto e dopo poco tempo viene avviato un invio psichiatrico per un contenimento farmacologico.

Un altro passaggio importante riguarda la madre, che a seguito di un lutto familiare sviluppa a sua volta attacchi di panico, chiedendo la costante presenza del figlio accanto a sé al punto che A. accetta addirittura di coricarsi con lei per calmarla ed accudirla, ma questo genera in lui una forte ambivalenza: da un lato l’orgoglio di essere guarigione della madre in quanto dice che solo lui può prendersene cura, dall’altro la frustrazione di perdere il tempo dedicato alla PlayStation, unico spazio di tranquillità. In questa dinamica emerge con chiarezza il godimento di A. catturato nel ruolo di oggetto del godimento materno, ma anche nel proprio godimento del controllo, del “ci penso io” nel prendersi cura della madre che diventa la sua posizione del suo modo di essere al mondo.

Nel caso di A. la forclusione paterna si manifesta precocemente in quanto la figura del padre reale è inizialmente violenta, assente e infine espulsa senza mai essere simbolicamente integrata.
Il soggetto resta così esposto all’invasione dell’Altro materno, alla sua domanda illimitata e alla difficoltà di separarsene. In questo vuoto simbolico A. costruisce delle supplenze immaginarie: prima la gang, poi la cannabis e infine  lo schermo.

Tutti questi elementi rappresentano dei tentativi di istituire un ordine, un’identità e un limite attraverso forme di appartenenza totalizzanti, in particolare lo schermo che funge in questo caso da oggetto piccolo a, da copertura che tiene a distanza il reale e fornisce un godimento controllato, ripetitivo, ma anche anestetizzante.

 

Conclusioni

 

Nella clinica di A. si evince come in assenza del Nome-del-Padre, il soggetto cerchi di fondare il proprio essere attraverso il godimento stesso finché questo non si trasforma in sofferenza. In una prospettiva lacaniana ciò può essere letto come una forma di supplenza là dove la funzione del padre non è stata espressa e tale forclusione rischia di fissare il soggetto in un circuito chiuso.

Si potrebbe ipotizzare che laddove il Nome-del-Padre non è riuscito nella sua scansione con la sua legge lo schermo introduce una scansione artificiale dove l’uso e l’alternanza della simbolica di presenza e assenza possa produrre un supporto al soggetto per proteggerlo dal vuoto dell’angoscia.

La cura non può che passare dalla parola, dal riconoscimento del proprio modo di godere e dal tentativo di spostare il “ci penso io” verso un “posso affidarmi all’Altro”. Solo così il godimento dello schermo può trasformarsi in un varco simbolico, in un punto di accesso alla possibilità del desiderio.

Resta aperta una questione ossia chiederci in che misura tali dispositivi permettono una regolazione del godimento e in che misura ne rafforzano la chiusura. La risposta a tale questione non può che essere individuale e soggettiva bisogna circoscriverla caso per caso anche se non è sempre facile circoscrivere questo punto nella clinica e resta sempre qualcosa che sfugge.

Riferimenti bibliografici

  • Lacan, J., Il seminario, Libro III. Le psicosi, 1955-56.
  • Lacan, J., Il seminario, Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi, 1964.
  • Miller, J.-A., L’Altro che non esiste e i suoi comitati etici, 2004.

Realizzazione sito web: Marco Benincasa

Create Website with flazio.com | Free and Easy Website Builder