Nessuno potrà riconoscere sé stesso, fin quando non ri-conosce, o meglio, prenda piena consapevolezza di ciò che lo ha cambiato e dell’ambiente che lo circonda. Tale frase potrebbe sembrare di circostanza, oppure scontata, in base al delicato argomento che stiamo andando a trattare, ma sullo sfondo appare chiaro quel senso originario di Contatto, in quella zona specifica di confine che Bin Kimura conia con grande spessore intellettuale e antropologico con il termine “Aida”, cioè “Traità”. Vivere, quindi, in piena armonia e sintonia con sé stessi, vuol dire, trovare nello spazio neutro dello Aida il fulcro di connessione tra il proprio essere e l’alterità. Ad ogni modo ciò non è facile se parliamo di disabilità. Ma parlare di disabilità in questo preciso momento storico, dove tutto ruota sul bello, sulla ricerca spasmodica della perfezione, dove l’essere imperfetti è visto come un segno di debolezza, potrebbe apparire come un concetto forte quanto fuorviante.
Nel corso dei secoli e nello specifico nel mondo greco – romano, la disabilità è stata sempre percepita come qualcosa di molto pauroso, che intimoriva la gente, era vissuta, infatti, come una vera e propria minaccia. A tal proposito, infatti, le persone che nascevano con menomazioni fisiche venivano immediatamente emarginate o abbandonate. Vi era quindi, nell’antico mondo greco – romano, una meticolosa selezione tra persone fisicamente sane e le altre con disabilità fisiche.
Cummingan nel proprio testo dal titolo “Storia dell’infanzia XVI – XX secolo”, pubblicato nel 1997 afferma, a tal proposito, che nell’antica Grecia avvenivano sui bambini, soprattutto quando essi erano disabili, gravi forme di violenza e soprusi è ciò perché non c’era nessuna protezione nei loro confronti. Nell’antica Roma le persone affette da disabilità erano un puro segno di vergogna ed impurità.
Anche nel medioevo le persone con disabilità non ebbero vita assolutamente facile. Come afferma, infatti, Edward Wheatley (2010) era usanza di quel tempo umiliare e denigrare le persone affette da disabilità. A tal proposito lo studioso parla della cosiddetta “gabbia idiota”, cioè un recinto per animali dove venivano fatte entrare dei disabili affetti da cecità e veniva dato loro un bastone per difendersi da pericolosi animali, come maiali, che venivano fatti entrare successivamente nel recinto, intenzionati ad attaccarli. I poveri ciechi, quindi, percepito il pericolo cercavano di difendersi con il bastone ma non potendo vedere dove colpire, a causa della propria disabilità, si colpivano tra di loro, tra le risate degli spettatori.
Sempre nel medioevo la nascita di un bambino con disabilità veniva associato al peccato o a credenze popolari.
Per quanto riguarda il XX secolo con l’ascesa al potere dei regimi dittatoriali quali Nazismo e Fascismo si avviò una campagna di sterminio di massa contro gli ebrei, gli omosessuali e i disabili. Tale periodo fu il più buio della storia dell’umanità, definito, appunto “Olocausto”.
Il XX secolo fu anche il periodo delle grandi scoperte e del progresso scientifico e questo avvenne anche per la Psicoterapia con l’espandersi della Psicoanalisi inventata da Sigmund Freud e successivamente con lo sviluppo di paradigmi umanistici, come per esempio la “Terapia centrata sul Cliente” di Carl Rogers e la “Psicoterapia della Gestalt” che vide tra i propri fondatori, in tutto sette, anche Friedrich Perls, Ralph Hefferline e Paul Goodman, che nel 1951 pubblicarono un testo dal titolo “Teoria e pratica della Terapia della Gestalt.”
Poi abbiamo l’avvento di internet che ha modificato completamente l’istituzione famiglia. Come afferma, infatti, il pedagogista Giuseppe Raffa (2018, p.16): “sono cambiati i genitori, soprattutto è profondamente mutato il volto della famiglia.” In tutto ciò ha giocato un ruolo notevole la nascita dei social. I social che attraverso una propria funzione ipodermica sono diventati, gradualmente, l’Io confluente dell’individuo. I social, come afferma sempre Raffa, (2018, p.125) “per molti giovani sono spesso l’unica valvola di sfogo per rivendicare la propria e significativa socialità come strumento adatto a gestire le pressioni e i limiti imposti dagli adulti.” A tal proposito, se dovessimo fare un’analisi ancora più dettagliata dovremmo anche dire, però, che se da un lato i social creano delle reti di connessioni relazionali, dall’altro, però, fungono da spartiacque con il mondo reale in cui si viene paradossalmente catapultati. Con i social si annullano le distanze e si annullano i corpi! I corpi che vengono ridefiniti attraverso un meta – aspetto, che come afferma Elisabetta Fernandez (2004,p. 85) “consistente in una dissimulazione anatomica parziale o totale; un corpo ridefinito in base alle esigenze del momento, un atavar sul quale proiettare desideri propri e altrui e tramite il quale creare, seppur virtualmente, la propria identità, anche sessuale.” Il virtuale diventa, quindi, un modulatore reversibile dell’esperienza relazionale soggettiva.
Ad ogni modo se ci caliamo nel mondo della disabilità tutto ciò, invece, potrebbe rappresentare un fattore protettivo in quanto il corpo non sarebbe più un corpo reale dove il soggetto potrebbe temere lo stigma o il pregiudizio da parte dell’altro a causa della sua condizione, ma bensì, un corpo virtuale che annullerebbe ogni condizionamento preesistente alla pari degli altri. La rete, quindi, come strumento di riconoscimento sociale e relazionale. La rete come intenzionalità di contatto. Tutto ciò potrebbe creare, il next in cui soggetto disabile potrebbe farsi trasportare melodicamente da sensazioni nutritive. Ed è proprio, l’integrità corporea che si viene a creare attraverso la relazione virtuale che accende positivamente nel soggetto il triangolo corporeo emotivo e cognitivo, che fanno aprire canali espressivi del proprio sé.
Nello spazio intersoggettivo creato dal virtuale si può accedere ad uno spazio intrasoggettivo reale dove la percezione della propria disabilità si annulla per dare spazio all’incontro con l’Altro. In tutto ciò si può comprendere pienamente che la disabilità è soltanto un costrutto mentale e che oltre lo schermo c’è una persona capace di donarsi.
A questo punto mi è doveroso portare brevemente la mia esperienza personale di persona affetta da disabilità. Io sono uno Psicoterapeuta affetto da più di venticinque anni da emiparesi destra, dovuta ad un grave sinistro stradale avuto in adolescenza. Per i primi anni, quindi, ho vissuto con il rifiuto della mia condizione fisica che favoriva in me condizioni di isolamento sociale e profondo senso di vergogna nello stare con gli altri. Mi sentivo solo nel mondo! Nel 2005 mi iscrissi all’università ed un pomeriggio mi recai presso un centro internet di Vittoria per inviare una email alla segreteria dell’ateneo, quando il proprietario mi invitò a venire più spesso e collegarmi in chat per fare conoscenze con altre persone e non solo per inviare email. Aveva forse letto nei miei occhi la mia solitudine! La cosa mi stranì, ma allo stesso tempo mi incuriosì e volli provare. Fino a quel momento non avevo mai chattato ed interagito sui social e la cosa a poco a poco iniziò a piacermi. Iniziai, così, gradualmente a relazionarmi con altre persone, iniziai a raccontare di me, del mio vissuto, dei miei sogni e delle mie paure a persone che non conoscevo ma di cui mi fidavo, perché nei loro occhi leggevo la loro profondità. Fu così, attraverso la chat che conobbi il primo amore. Avevo ventiquattro anni e prima d’allora non avevo mai avuto una storia sentimentale, anche se la desideravo tanto, perché l’incidente stradale avuto a quindici anni e quindi di conseguenza il mio handicap mi preclusero ogni possibilità di avere una storia d’amore. Ma grazie ad internet avvenne il miracolo a cui tanto ambivo per sentirmi normale come tutti i miei coetanei. Come, infatti, riporto nel mio testo autobiografico dal titolo “Oltre le faglie del dolore – una storia di vita e di resilienza”: “Conobbi il primo amore all’età di ventiquattro anni. Lei ne aveva diciotto. Ci eravamo conosciuti su internet, veniva da Siracusa e dopo alcuni giorni passati dietro la scrivania di un computer decidemmo di incontrarci. Avevo molta paura perché non sapevo la sua reazione al mio problema motorio. In un certo qual modo internet mi proteggeva dalla realtà. Invece, la sua reazione fu completamente diversa da ciò che mi aspettavo e fu amore a prima vista (per modo di dire).
In quel momento era come se avessi eliminato dalla coscienza il mio handicap, era come se qualsiasi cosa avesse trovato un sapore diverso ai miei giorni. Dopo poco tempo mi volle far conoscere i suoi genitori, che paradossalmente alle mie aspettative negative, si affezionarono subito a me. Mi sentivo importante ed accettato, mi sentivo amato e normale, avevo compreso per mezzo dell’altro che la mia disabilità era soltanto un costrutto mentale.” (S. Stornello, 2021, p. 54) Internet mi aveva ridato un posto nel mondo!
Successivamente la nostra storia d’amore si interruppe a causa della distanza che non riuscivamo più a gestire, ad ogni modo mi aveva tanto cambiato la vita ridandomi fiducia in me stesso con un forte senso di autostima e di autoefficacia.
Ma il regalo più grande lo ricevetti quando sempre tramite internet conobbi Cristina, una donna meravigliosa che da li a poco avrei sposato. Come scrivo sempre nel mio testo (2021, p.82): “Devo ammettere che l’incontro ed il successivo matrimonio con Cristina ha fortificato la mia voglia di vivere, riuscendo a farmi accettare quasi totalmente la mia condizione fisica. Come direbbe Lacan : amare è essenzialmente voler essere amati.”
Bibliografia
· Cunningham H (1997), Storia dell’infanzia XVI – XX secolo, Il Mulino, Bologna.
· Fernandez E. (2004), Comunicamando – sesso e sentimento, dai vecchi ai nuovi media. Franco Angeli, Milano.
· Kimura B. (2013), Tra – per una fenomenologia dell’incontro, Il pozzo di Giacobbe. Trapani.
· Perls F., Hefferline R., Goodman P. (1997) (ed. or. 1951), Teoria e pratica della Terapia della Gestalt, Astrolabio, Roma.
· Raffa G. (2018), Belli senz’anima, autoprodotto, Vittoria (Rg).
· Stornello S. (2021), Oltre le faglie del dolore – una storia di vita e di resilienza, Pagine, Roma.
· Wheatley E. (2010), Stumbling Blocks Before the Blind: Medieval Constructions of a Disability, University of Michigan Press



