“La fame è la nostalgia di un legame.”
Jean-Michel Quinodoz
Le dipendenze non si limitano all’uso di sostanze, esistono forme di dipendenza comportamentali meno visibili ma altrettanto pervasive e non meno dolorose. Tra queste i disturbi del comportamento alimentare rappresentano un fenomeno clinicamente rilevante, spesso radicato in una storia affettiva e relazionale complessa. In particolare, molti disturbi alimentari possono essere letti come espressioni comportamentali di un disagio emotivo più profondo, strategie di regolazione affettiva radicate in esperienze relazionali precoci segnate da disconnessioni, mancanze o traumi affettivi (Winnicott, 1965). Ogni comportamento dipendente, sia esso da una sostanza o da un comportamento, ha una funzione effettivamente regolativa come quella di lenire un dolore, colmare un vuoto, ristabilire un equilibrio psichico minacciato. Quinodoz con la frase "la fame è nostalgia di un legame" sintetizza in modo efficace una visione psicoanalitica secondo cui il bisogno di cibo può rappresentare il desiderio di un legame affettivo, la ricerca di un contenimento emotivo, o la mancanza di una relazione significativa interiorizzata. Questa affermazione si collega con l’idea che, nei disturbi alimentari, il corpo diventa il luogo in cui si inscrive un conflitto relazionale: ciò che non può essere detto, pensato o elaborato nella relazione con l’altro, si trasforma in sintomo. In particolare, nella bulimia o nell’anoressia, la fame – o il suo controllo estremo – possono costituire un linguaggio alternativo, un’espressione del bisogno d’amore, di riconoscimento o della rabbia legata a relazioni primarie insicure o ambivalenti.
Se il comportamento dipendente dunque diventa una risposta automatica e ripetitiva al disagio psichico e uno strumento unico per gestire le emozioni altrimenti ingestibili come il vuoto, la rabbia, la solitudine e l’angoscia, quando si tratta di cibo, e in particolare delle abbuffate compulsive e ricorrenti che definiscono il comportamento bulimico, allo stesso modo, il gesto di mangiare in modo incontrollato risponde spesso a un bisogno affettivo profondo come sedare, riempire, anestetizzare. La compulsione, la ricerca del cibo e l’impossibilità di fermarsi, non hanno niente a che vedere con la fame. Si cerca qualcosa che non si trova e non si sa bene cosa sia. Il corpo allora si fa teatro del caos ed ecco perché quando parliamo di bulimia, parliamo anche di una forma di dipendenza da un comportamento che si ripete in modo compulsivo per trovare sollievo, per anestetizzare il dolore emotivo, per sedare la tensione interna. Inoltre, le abbuffate e il vomito, nella loro ritualità, attivano circuiti neurobiologici del piacere e del rilascio dopaminico, come accade in molte altre dipendenze comportamentali. Ciò che si cerca, in fondo, non è il cibo: è una tregua. La bulimia diventa così un tentativo disperato di controllare l’incontrollabile, di dare un nome al vuoto, di gestire un’angoscia che non ha parole. Un modo di affrontare il dolore che finisce per produrne altro. E in questo cortocircuito, si resta soli, intrappolati tra il bisogno di dipendere e il terrore di essere visti nella propria fragilità.
La bulimia nervosa, nel dettaglio, è un disturbo del comportamento alimentare caratterizzato da un ciclo disfunzionale di abbuffate seguite da comportamenti compensatori per evitare l’aumento di peso. La bulimia è un segnale di sofferenza emotiva profonda, spesso radicata in dinamiche relazionali, affettive e personali. Secondo la definizione del DSM-5 la bulimia è definita da:
· Episodi ricorrenti di abbuffata, con:
ü Assunzione rapida e smodata di cibo in un tempo limitato (es. 2 ore).
ü Sensazione di perdita di controllo durante l’episodio (non riuscire a fermarsi o a controllare quanto si mangia).
· Comportamenti compensatori inappropriati ricorrenti per prevenire l’aumento di peso, tra cui:
ü Vomito autoindotto.
ü Uso eccessivo di lassativi, diuretici o clisteri.
ü Digiuno.
ü Eccesso di esercizio fisico.
Gli episodi avvengono in media almeno una volta alla settimana per 3 mesi e l’autostima è influenzata in modo eccessivo dal peso e dalla forma del corpo. Il disturbo non si verifica esclusivamente durante episodi di anoressia nervosa ed è accompagnato da aspetti psicologici e relazionali. E’ un disturbo spesso nascosto con grande vergogna e chi ne soffre può avere un aspetto normopeso o leggermente sovrappeso, rendendolo meno visibile dall’esterno. E’ possibile trovarla in comorbilità con la presenza di disturbi dell’umore o ansia e l’alimentazione può diventare un modo per gestire emozioni intense come solitudine, rabbia, vuoto o stress. Le conseguenze fisiche sono molto importanti perché, anche se spesso invisibili, possono essere gravi:
ü Squilibri elettrolitici, rischio di aritmie cardiache
ü Erosione dello smalto dentale, infiammazioni alla gola, gonfiore delle ghiandole salivari (soprattutto in chi vomita).
ü Disturbi gastrointestinali (stitichezza, reflusso, rallentamento intestinale).
ü Amenorrea o cicli irregolari.
L’abbuffata risponde a una fame d’amore, di rassicurazione, di contatto e si mangia per non sentire, per non pensare, per non crollare. Quando il bisogno di essere visti non trova risposta, il corpo diventa voce, e il sintomo diventa messaggio. Non si tratta di semplici cattive abitudini, ma di strategie – spesso inconsapevoli – di sopravvivenza emotiva. Sándor Ferenczi (1933) parlava del "trauma dell’incomprensione" per descrivere ciò che accade al bambino quando le sue emozioni vengono sistematicamente ignorate o fraintese. In questi casi, il bambino si adatta, rinuncia alla propria verità emotiva pur di mantenere il legame. E questa rinuncia alla verità emotiva, pur di mantenere il legame con l’altro, è la più profonda delle ferite affettive. Questo auto-abbandono precoce pone le basi per future dipendenze in quanto il conforto non si cerca più nell’altro, ma in comportamenti sostitutivi, come il cibo. Si tratta di adulti che sono stati bambini non visti che si portano dietro il vuoto lasciato da un’accoglienza carente. Molti pazienti con disturbi alimentari raccontano di essere cresciuti in contesti in cui il bisogno emotivo non è stato riconosciuto né contenuto. Non si tratta sempre di madri necessariamente negligenti, ma spesso di figure genitoriali ansiose, depresse, idealizzate o invischiate, incapaci di offrire una base sicura. Bambini non visti, cresciuti in un clima di invisibilità affettiva, che hanno imparato a non disturbare, ad adattarsi, a non chiedere.
John Bowlby (1969, 1973, 1980) ha mostrato come le prime relazioni influenzino profondamente la capacità del bambino di regolare le emozioni e costruire un senso stabile di sé. Quando la figura dell’altro diventa fonte di disorganizzazione, il rifugio viene ricercato altrove: nel cibo, nel controllo, nella compulsione. Un attaccamento insicuro, evitante o disorganizzato può generare una frattura interiore, che rende difficile fidarsi dell’altro. Là dove l’altro è stato fonte di disorganizzazione, il comportamento dipendente diventa rifugio e regolatore psichico. Dunque le dipendenze non parlano solo di desideri o compulsioni, e le abbuffate non parlano solo di fame, ma di un bisogno antico di essere accolti, contenuti e riconosciuti nel proprio sentire.
Donald W. Winnicott (1957/1986) sosteneva che "non esiste un bambino senza la madre". Intendeva che il Sé autentico del bambino nasce e si sviluppa solo all’interno di una relazione contenitiva e responsiva. Laddove viene meno un ambiente disponibile, laddove viene meno un ambiente relazionale sufficientemente buono, il Sé autentico si ritira e la persona si rifugia in modalità comportamentali compensatorie. Si sviluppa un falso Sé perché adattato, compiacente, ma privo di vitalità. Il concetto di falso Sé diviene una costruzione adattiva che consente al bambino di mantenere il legame con la figura genitoriale a costo di sopprimere i propri bisogni autentici. Nei comportamenti dipendenti possiamo leggere una traccia di questo processo e cioè che la persona cerca un contenimento esterno che ripari la mancanza di un contenimento interno perché il suo bisogno più importante non ha trovato riconoscimento e il suo dolore non è stato accolto.
Se il sintomo non è nemico da combattere, ma alleato da ascoltare e custodisce la storia emotiva di chi lo manifesta, dunque nelle abbuffate possiamo leggere una traccia di questo processo: la persona cerca un contenimento esterno (il cibo) che ripari la mancanza di un contenimento interno. L’abbuffata, dunque, non è semplicemente un comportamento disfunzionale legato al cibo ma un processo complesso, multifattoriale e profondamente radicato nella storia affettiva dell’individuo e comprendere come funziona significa riconoscere il suo significato emotivo, relazionale e neurobiologico.
Proviamo a comprendere in che modo si struttura clinicamente il comportamento di abbuffarsi a partire dalla disconnessione emotiva alla compulsione alimentare.
Abbuffarsi è spesso preceduto da un’emozione intensa (ansia, tristezza, frustrazione, solitudine, vergogna) che la persona fatica a riconoscere, mentalizzare o regolare. A volte si tratta di un senso di vuoto o di una tensione interna vaga ma disturbante e insostenibile. Quando mancano strategie di regolazione affettiva sufficienti – spesso perché mai apprese o modellate in un contesto relazionale carente – il corpo viene reclutato come strumento di autoregolazione. Il cibo diventa un anestetico emotivo e diventa qualcosa che calma, distrae, seduce o stordisce. E’ qui che il comportamento bulimico assume una struttura analoga a quella delle dipendenze e l’urgenza dell’abbuffata e il rituale dell’eliminazione agiscono come anestetici emotivi, attivando circuiti neurobiologici simili a quelli coinvolti nell’uso di sostanze. Nel dettaglio, dal punto di vista neurobiologico, l’abbuffata attiva i circuiti della dopamina e degli oppioidi endogeni, fornendo un sollievo momentaneo, simile a quello di una droga. Durante l’abbuffata, la persona entra in una sorta di trance dissociativa. Si disconnette da sé, dal proprio corpo e dai segnali interni. Mangia rapidamente, spesso, anzi esclusivamente in solitudine, senza gustare né scegliere consapevolmente. È un comportamento compulsivo, automatico, a tratti ipnotico. È un momento di disconnessione, di perdita del controllo, di “assenza da sé” in cui si cerca di sfuggire a una realtà interna troppo dolorosa. Immediatamente dopo l’abbuffata può esserci una breve fase di rilassamento o torpore, un’illusione di tregua. Questo sollievo però è fugace e illusorio, perché non risolve il problema alla radice: solo lo anestetizza per un po’. Subentrerà immediatamente una fase di intensa autocritica e si attiva un Super-Io, rigido e punitivo, interiorizzato che replica lo sguardo giudicante dell’adulto dell’infanzia. La persona si sente debole, in colpa, incapace, inadeguata, si vergogna e inizia a disprezzarsi. Questo innesca un circolo vizioso: la colpa genera ansia, l’ansia genera nuovo bisogno di controllo o consolazione, e così la compulsione si ripete. Più la persona si colpevolizza, più cerca il controllo; più il controllo fallisce, più cresce il bisogno compulsivo. È un circolo vizioso difficile da interrompere che tenderà a perpetuarsi senza un contenimento relazionale autentico.
Una paziente, durante una seduta, mi dice: «Più mi critico, più cerco di controllarmi; ma più mi controllo, più fallisco. E più fallisco, più ho bisogno di compensare». In poche parole, restituisce, con lucidità e struggente consapevolezza, il senso di un ciclo che si autoalimenta e da cui è difficile uscire.
L’abbuffata ha una funzione comunicativa e rappresenta un vero e proprio linguaggio del corpo ed è il modo con cui il corpo dice ciò che la mente non riesce a pensare o a dire. È un grido silenzioso, una richiesta non mentalizzata e dventai una strategia di sopravvivenza. Come clinici, è fondamentale non patologizzare il sintomo, ma leggerlo, ascoltarlo, decifrarlo. L’obiettivo terapeutico non è solo “far smettere” l’abbuffata, ma dare voce alla fame affettiva che la genera, offrendo alla persona nuove possibilità relazionali e nuove risposte emotive. Non perdiamo mai di vista, dunque, che spesso l’abbuffata comincia come risposta a un dolore emotivo, si sviluppa in assenza di contenimento interno ed esterno, produce sollievo momentaneo e colpa successiva, è un sintomo ed è un tentativo di autoregolazione e sopravvivenza. La persona che porta come forma del suo dolore l’abbuffata, necessita di un ascolto profondo e un contenimento relazionale per trasformarsi. La terapia non può fermarsi alla gestione del sintomo, la terapia non può fermarsi alla gestione del comportamento alimentare. Deve riconoscere e legittimare la funzione affettiva e difensiva del comportamento, aiutando la persona a esplorare il significato profondo della propria sofferenza, della sua fame. Il setting terapeutico diventa uno spazio di holding (Winnicott, 1065) dove si può dare significato all’esperienza precoce e sperimentare un legame sicuro e riparativo e dove la persona può sperimentare un nuovo tipo di relazione, fondata sulla sicurezza, sulla comprensione e sulla continuità. Il terapeuta, con la sua presenza autentica e accogliente, si offre come una base sicura: una figura emotivamente affidabile, in grado di sostenere, contenere e accompagnare la persona nei passaggi più delicati del suo percorso di ricostruzione interiore. La relazione terapeutica si fa così contenitore emotivo dove poter dar voce a emozioni antiche e trovare nuove narrazioni di sé. Guarire non è solo interrompere il comportamento disfunzionale, non è solo smettere di abbuffarsi, ma imparare a riconoscere i propri bisogni e dar loro uno spazio legittimo. Un approccio integrato che includa lavoro sulla regolazione emotiva, sulla memoria implicita e sulla narrazione del Sé può accompagnare il paziente nella trasformazione del sintomo da urlo silenzioso a parola condivisa. La cura comincia nel momento in cui il terapeuta si fa testimone partecipe di un dolore che per troppo tempo è stato taciuto.
Il sintomo non è un nemico da combattere, ma un alleato da ascoltare: custodisce la storia emotiva di chi lo manifesta.
Concludendo, sappiamo che è possibile trasformare la compulsione in consapevolezza, e la fame di cibo in un nuovo modo di essere in relazione con se stessi e con l’altro. Non possiamo cambiare l'infanzia vissuta, ma possiamo creare nuove esperienze relazionali che riparano, riconoscono e ricostruiscono. La cura, infatti, non consiste solo nell’interrompere il sintomo, ma nel dare dignità alla storia emotiva che lo ha generato. In fondo, cosa cerca chi si abbuffa? Non solo sazietà, ma sollievo. E in quel sollievo urgente e temporaneo, c'è tutta la logica della dipendenza: un rifugio dal dolore, pagato con altra vergogna.
Non era fame. Era vuoto. E nessuno gli aveva dato un nome.
Bowlby, J. (1969). Attachment and Loss: Volume I. Attachment. New York: Basic Books.
Bowlby, J. (1973). Attachment and Loss: Volume II. Separation: Anxiety and Anger. New York: Basic Books.
Bowlby, J. (1980). Attachment and Loss: Volume III. Loss: Sadness and Depression. New York: Basic Books.
Ferenczi, S. (1933/1988). Confusion of Tongues Between the Adults and the Child—The Language of Tenderness and of Passion. In M. Balint (Ed.), Final Contributions to the Problems and Methods of Psycho-Analysis (pp. 156–167). London: Karnac Books.
Ferenczi, S. (1999). Diari clinici (1932) (G. Amati Mehler & S. Argentieri, Trad.). Torino: Bollati Boringhieri. (Opera originale pubblicata nel 1932)
Winnicott, D. W. (1965). The Maturational Processes and the Facilitating Environment: Studies in the Theory of Emotional Development. London: Hogarth Press.
Winnicott, D. W. (1957/1986). The Child, the Family and the Outside World. London: Penguin Books.



