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La voce che non trova risposta: Eco e la dipendenza affettiva nella clinica psicoanalitica

2025-07-14 13:05

di Valentina Gentile

FORT-DA numero 5/2025,

La voce che non trova risposta: Eco e la dipendenza affettiva nella clinica psicoanalitica

di Valentina Gentile

Abstract

Il presente contributo analizza la dipendenza affettiva da una prospettiva psicoanalitica, mettendo in luce la sua complessità oltre la dimensione puramente patologica. Partendo dalla centralità del legame originario tra bambino e madre nello sviluppo della personalità, si sottolinea come questa condizione rappresenti un bisogno strutturale e fondativo dell’essere umano, presente anche in età adulta come componente inevitabile dell’esperienza amorosa. Attraverso il richiamo mitologico a Eco, vengono esplorate le dinamiche di simbiosi, fusione e mancata differenziazione tra Sé e Altro, caratteristiche della dipendenza patologica. L’esperienza clinica con pazienti mostra come il percorso analitico possa favorire la costruzione di un Sé più autonomo, capace di sostenere la separazione senza annientamento, trasformando la “voce che non trova risposta” in un’espressione autentica del desiderio. Il riferimento ai film Blue Valentine e Her arricchisce la riflessione teorica, fornendo esempi concreti delle ambivalenze e fragilità relazionali tipiche della dipendenza affettiva contemporanea. Infine, si sottolinea l’importanza clinica del fenomeno anche nell’ambito delle nuove dipendenze comportamentali, proponendo una lettura multidimensionale che valorizzi tanto gli aspetti patologici quanto le potenzialità evolutive e relazionali. Questo studio integra mito, clinica psicoanalitica e rappresentazione cinematografica per offrire una visione articolata e integrata della dipendenza affettiva, evidenziandone le potenzialità di trasformazione oltre la mera patologia.

 

Introduzione

All’interno della riflessione psicoanalitica, la dipendenza affettiva è frequentemente affrontata nei suoi aspetti disfunzionali, come espressione di un’organizzazione psichica immatura o patologica. Tuttavia, tale concettualizzazione rischia di ridurne la portata, trascurando le sue molteplici declinazioni evolutive, relazionali e simboliche. Il presente contributo, frutto dell’esperienza clinica e del confronto teorico, si propone di esplorare la dipendenza affettiva restituendole la complessità che le è propria, interrogandone le radici primarie e i significati inconsci, al di là della sua mera ricodifica psicopatologica.

È ampiamente riconosciuto come il primo legame di dipendenza, quello tra il bambino e la madre, costituisca il nucleo generativo delle prime strutture dell’apparato psichico. A partire dai contributi freudiani sul narcisismo e su lutto e melanconia (1915), si delinea una vulnerabilità costitutiva dell’Io nelle sue relazioni oggettuali precoci. Abraham (1912) approfondisce la genesi della depressione in tale contesto, mentre Spitz (1946) evidenzia le conseguenze della deprivazione affettiva nei primi mesi di vita. Klein (1946), con la teoria delle posizioni, sottolinea come le angosce persecutorie e depressive si radichino nelle relazioni oggettuali originarie, alimentando fantasie di perdita, colpa e riparazione.

Nel medesimo orizzonte, Winnicott (1953) introduce la nozione di oggetto transizionale, quale mediazione psichica tra la dipendenza assoluta e l’inizio del processo di separazione-individuazione. Anna Freud (1974), analizzando le risposte del bambino all’abbandono, evidenzia la centralità del contenimento e della continuità affettiva nello sviluppo del Sé. In questa prospettiva, la dipendenza affettiva emerge non tanto come fallimento evolutivo, ma come condizione strutturale dell’umano, radicata nella necessità di essere riconosciuti, contenuti e legittimati dall’oggetto d’amore.

Anche in età adulta, il bisogno di legame non si estingue. L’individuo psichicamente sano non si configura come affettivamente autonomo nel senso di autosufficiente, ma come capace di instaurare legami significativi, tollerandone l’ambivalenza e l’eventuale perdita. L’ideale contemporaneo di indipendenza affettiva, spesso interiorizzato come valore, si rivela in molti casi una difesa narcisistica contro la vulnerabilità del desiderio.

La maturità affettiva, pertanto, non coincide con l’assenza di bisogni relazionali, ma con la capacità dell’Io di sostenere la tensione tra dipendenza e autonomia, di elaborare la perdita dell’oggetto e di riorientare gli investimenti libidici. Quando ciò non avviene, e la dipendenza si cristallizza in forma patologica, ci troviamo di fronte a un Io fragile, pervaso da angosce primitive, incapace di differenziare l’oggetto da sé e sottoposto a un Super-Io severo e colpevolizzante.

Un campo privilegiato per l’osservazione clinica di queste dinamiche è rappresentato dalla relazione transferale. Alcuni pazienti presentano organizzazioni psichiche caratterizzate da modalità transferali persistenti, pervasive, spesso contrassegnate da richieste fusionali e da vissuti intensi di abbandono e rifiuto. Non di rado tali soggetti giungono in analisi con sintomi fobici che limitano il contatto con il mondo esterno, rafforzando la dipendenza da una figura familiare o da un partner. In altri casi, la sofferenza si esprime attraverso tratti caratteriali rigidi, difficoltà nel funzionamento lavorativo e relazionale, ritiro affettivo o modalità parassitarie nella vita familiare.

In questi quadri clinici, l’angoscia di separazione risulta massiccia, mentre l’autonomia è vissuta come potenzialmente disgregante. Il soggetto tende a sostituire l’agire con il sentire: più si ritrae dal mondo, più intensamente investe emotivamente un oggetto idealizzato, da cui attende riconoscimento, salvezza, legittimazione. L’ambivalenza affettiva è marcata, e l’oggetto può essere contemporaneamente fonte di sicurezza e di angoscia.

È dunque necessario interrogare la funzione che tale legame assume per il soggetto. Che cosa significa, per quella singolarità psichica, dipendere? Quali traumi, mancanze, discontinuità o angosce inelaborate si cristallizzano in quella richiesta eccessiva di presenza o fusione? E ancora: quali potenzialità trasformative possono emergere da tale dinamica una volta che sia stata riconosciuta, nominata e attraversata?

In una prospettiva psicoanalitica, la dipendenza affettiva non andrebbe semplicemente stigmatizzata, ma compresa come una modalità relazionale, talvolta disfunzionale, attraverso cui il soggetto tenta di mantenere la coerenza interna del proprio mondo oggettuale. La cura analitica può offrire uno spazio in cui tale domanda d’amore possa essere ascoltata, contenuta, risignificata. Solo in questo attraversamento, il soggetto può dischiudersi a un’esperienza affettiva più autentica, capace di integrare desiderio e limite, legame e libertà.

 

Cenni mitologici e riflessioni cliniche

Nella mitologia greca, Eco è una ninfa condannata da Era a non poter parlare se non per ripetere le ultime parole altrui. Innamorata di Narciso, Eco si consuma nell’impossibilità di comunicare il proprio desiderio, finché, rifiutata, si dissolve nella voce, perdendo corpo e consistenza.

Eco non parla con voce propria: sopravvive solo nell’alterità, nella ripetizione, nella richiesta mai accolta.

Nella clinica, molte figure dipendenti affettivamente agiscono inconsapevolmente secondo una logica simile: sono “voci” che cercano un destinatario, identità che si strutturano solo nell’altro, soggettività che non possono essere pensate come separate, autonome, distinguibili. La loro esistenza psichica è funzione dell’oggetto amato, spesso idealizzato, a cui si rivolgono incessantemente, senza mai sentirsi viste o davvero raggiunte.

A tal proposito riecheggiano le teorizzazioni di Bleger (1967) che ci offre un’immagine clinica utile per comprendere queste dinamiche: nel cuore della personalità permane un nucleo agglutinato, primitivo e co(n)fuso. Questo nucleo è ciò che resta di uno stadio precoce in cui non esiste ancora distinzione tra sé e l’altro, tra dentro e fuori, tra Io e non-Io.

La simbiosi diventa in questo quadro una modalità relazionale che non tollera la separazione, l’assenza, il vuoto. Il soggetto dipendente non riesce a vivere senza l’altro perché quell’altro è ancora parte del suo stesso corpo psichico. È il depositario del suo essere, l’oggetto che lo tiene insieme, l’illusione che colma un’originaria mancanza.

L’ambiguità, in questo senso, si fa difesa: non si sa più dove finisce l’uno e comincia l’altro. Non vi è vero conflitto perché non c’è sufficiente differenziazione. Il dolore della perdita, come accade in Eco, non riguarda la perdita di un amore, ma la dissoluzione dell’essere stesso.

Eco è la voce del vuoto, non è solo vittima di un amore non corrisposto, è figura di un desiderio che non può esprimersi con parole proprie. Nella dipendenza affettiva, il soggetto si riduce a risuonare l’altro: ne anticipa i bisogni, ne rincorre gli umori, ne attende i segnali. Il rischio è di diventare oggetti specchio, identità derivate, soggettività mute.

La voce, la parola – in senso bioniano – è l’elemento trasformativo del pensiero. Ma quando la voce è sempre eco, allora non si pensa, non si è. Il corpo e la mente diventano contenitori passivi, pieni di angosce, di attese, di frustrazioni.

Nel lavoro analitico, queste dinamiche emergono in forma di transfert simbiotico, nel senso che il paziente può vivere l’analista come unico contenitore possibile, investito di funzioni vitali: se l’analista “manca” – fosse anche solo con un cambiamento dell’orario o una pausa – la ferita narcisistica può attivare angosce catastrofiche. Il paziente, come Eco, rischia di scomparire nella mancanza, perché l’altro contiene le sue parti più primitive, non simbolizzate.

Il setting in questo senso non è solo un contenitore tecnico, ma è anche depositario delle parti, mute, ambigue e psicotiche del paziente. Curare la dipendenza affettiva non significa eliminare il bisogno dell’altro. Mi piace parlare di relazionalità, per parafrasare Winnicott, o come dice Lingiardi, ci sono dipendenze sane e dipendenze patologiche. Il percorso analitico è, in questo senso, un cammino verso la differenziazione, verso la costruzione di un Sé capace di pensarsi, di contenersi, di darsi parola.

Trasformare Eco significa permetterle di darle voce propria, non più mera ripetizione dell’altro, ma soggetto di desiderio, capace di stare nell’assenza senza dissolversi, di amare senza sparire, di abitare la solitudine senza cedere all’annichilimento. È questo, forse, il cuore più profondo del processo psicoanalitico: aiutare l’altro a non “morire” se lasciato solo.

 

La rappresentazione cinematografica della dipendenza affettiva: Blue Valentine

La dipendenza affettiva, pur non essendo formalmente riconosciuta nei manuali diagnostici come un disturbo autonomo, trova alcune menzioni nella letteratura psichiatrica contemporanea. Il DSM-5, ad esempio, pur dedicando un’intera sezione ai disturbi correlati a sostanze e comportamenti di addiction, non include tra le categorie codificate la cosiddetta “love addiction”. Questo tipo di legame disfunzionale viene pertanto inserito, in modo più informale, nell’ampia e variegata famiglia delle “New Addictions”, ovvero quelle dipendenze che, a differenza di quelle classiche, non implicano l’utilizzo di sostanze psicoattive, ma si manifestano attraverso comportamenti ripetitivi e compulsivi. Una delle peculiarità principali della dipendenza affettiva risiede proprio nell’apparente assenza di un oggetto tossicomanico evidente, che la rende socialmente più accettabile, talvolta perfino romanticizzata, mentre in realtà attiva meccanismi psicologici simili a quelli delle dipendenze conclamate: il bisogno compulsivo dell’altro, la crisi d’astinenza in caso di allontanamento, la perdita di controllo, la compromissione delle proprie funzioni vitali e relazionali.

È importante distinguere la dipendenza affettiva dal disturbo dipendente di personalità, spesso erroneamente sovrapposti. Mentre nel secondo caso si osserva un bisogno generalizzato di accudimento, che pervade ogni ambito della vita e si accompagna alla tendenza a delegare costantemente all’altro scelte e responsabilità, nella dipendenza affettiva la dinamica è più selettiva e intensamente focalizzata su un’unica relazione, spesso idealizzata. La persona affettivamente dipendente può anche conservare una certa autonomia decisionale nella vita quotidiana, ma tende a sacrificare completamente la propria indipendenza emotiva, diventando prigioniera di un legame unico e totalizzante, che si nutre di un’intensa idealizzazione e, spesso, di una forte ambivalenza.

Per comprendere se la dipendenza affettiva possa essere considerata a pieno titolo una forma di addiction, è utile considerare alcune dimensioni tipiche delle dipendenze, come l’ebrezza – cioè l’euforia che si sperimenta solo in presenza dell’altro –, la tolleranza, che si traduce nell’investimento crescente di tempo e risorse nella relazione, l’astinenza, che comporta sofferenza estrema in caso di distacco, e infine la perdita di controllo, che si manifesta in un’incapacità a interrompere la relazione anche quando questa è chiaramente dannosa. In questo quadro si attiva un circolo vizioso fatto di gratificazione immediata, sollievo dalla sofferenza abbandonica e conferma della propria identità solo attraverso lo sguardo dell’altro.

Dal punto di vista eziopatogenetico, diverse prospettive contribuiscono a delineare le origini di questo tipo di dipendenza. Secondo un approccio evolutivo-sociale, come proposto da Ghezzani (2013), la tendenza alla dipendenza affettiva può essere letta non tanto come patologia, quanto come esasperazione di un bisogno relazionale connaturato alla nostra natura di esseri sociali. Nell’essere umano, a differenza che negli altri mammiferi, la dipendenza dai caregiver non si esaurisce con la crescita, ma si prolunga nelle relazioni adulte, evolvendo – idealmente – in forme mature di interdipendenza. Quando però questo passaggio si inceppa, possono emergere configurazioni patologiche del legame.

La letteratura neurobiologica ha inoltre evidenziato come esperienze precoci di deprivazione o separazione possano alterare la regolazione neuroendocrina dello stress e compromettere il funzionamento del sistema limbico, predisponendo il soggetto a costruire legami disfunzionali. Le neuroscienze, a loro volta, descrivono la dipendenza come una coazione alla ricerca di gratificazione, in cui la fase appetitiva – quella della ricerca dell’altro – diventa dominante e compulsiva.

Non a caso, molte delle caratteristiche della dipendenza affettiva si sovrappongono a quelle dello stile di attaccamento insicuro-ambivalente. La storia infantile di queste persone è frequentemente segnata da caregiver discontinui o da dinamiche relazionali in cui il bambino ha dovuto assumere prematuramente un ruolo adulto, invertendo i ruoli con i propri genitori.

Nel contesto clinico, è necessario interrogarsi sull’opportunità e sulla modalità di trattamento della dipendenza affettiva. Le posizioni sono tutt’altro che univoche: da un lato, vi è chi propone una visione ristretta – la narrow view – che riconosce come patologiche solo quelle forme di amore che attivano in modo disfunzionale il circuito cerebrale della ricompensa o che si associano a una psicopatologia di base. Dall’altro, una visione più ampia – la broad view – tende a leggere tutte le forme d’amore come potenzialmente addictive, trattandole come un continuum della fisiologia affettiva.

In ogni caso, quando il legame amoroso produce sofferenza significativa e compromette il funzionamento del soggetto, si rende necessario un intervento. Le opzioni terapeutiche possono includere trattamenti farmacologici – soprattutto nei casi in cui siano presenti sintomi depressivi o ansiosi marcati – e percorsi psicoterapeutici.

In questa cornice teorica si inserisce Blue Valentine, film che rappresenta con intensità e delicatezza le dinamiche della dipendenza affettiva. La relazione tra Dean e Cindy si muove tra desiderio e angoscia, fusionalità e rifiuto. Dean si dona incondizionatamente, fino a rischiare l’annullamento del sé, mentre Cindy esprime un bisogno contraddittorio: desidera protezione, ma anela anche all’autonomia. I loro sguardi che si cercano e si perdono, i gesti che sfiorano ma non si afferrano, le parole che non colmano il vuoto, costruiscono una narrazione dell’amore come impasse, come spazio claustrofobico più che come apertura.

In chiave psicoanalitica, Dean sembra incarnare un attaccamento anaclitico, secondo la definizione di Blatt, in cui l’altro non è solo amato, ma diventa un oggetto-sé regolatore, indispensabile alla coesione identitaria. La rottura della relazione non equivale dunque solo alla perdita di un amore, ma alla disgregazione del senso stesso di sé. L’intervento analitico, in questi casi, non ha tanto la funzione di “rompere” la simbiosi, quanto quella di offrirle uno spazio di pensabilità. Solo nel momento in cui il legame viene riconosciuto, pensato e inscritto in una trama narrativa che lo delimita e lo rende dicibile, può accadere che l’altro smetta di essere un’estensione indistinta del sé e possa essere percepito nella sua alterità, permettendo al soggetto di iniziare a esistere come identità separata.

Blue Valentine ci lascia, così, con interrogativi sospesi: chi sono io, senza l’altro? E fino a che punto è possibile amare, senza smarrirsi?

 

Her e la solitudine connessa

Il film Her (2013) di Spike Jonze si propone come una potente allegoria contemporanea dei mutamenti in atto nelle relazioni affettive, offrendo uno specchio narrativo delle dinamiche psicologiche connesse alla dipendenza affettiva digitale. L’opera non si limita a raccontare l’innamoramento tra un uomo e un’intelligenza artificiale, ma dischiude uno spazio simbolico per interrogare le forme moderne del desiderio, del legame e della fragilità psichica.

Attraverso una relazione costruita sullo scambio vocale tra Theodore, un uomo malinconico e segnato da un abbandono, e Samantha, un sistema operativo dotato di intelligenza emotiva e adattiva, Her diventa un dispositivo clinico e culturale: non semplicemente una narrazione, ma una scena che espone e amplifica i meccanismi inconsci di attaccamento patologico, facilitati e rinforzati dalle nuove tecnologie. Nel contesto di una separazione dolorosa e di una solitudine esistenziale non mentalizzata, Theodore si affida a Samantha come a un oggetto transizionale onnipresente, costruito per rispondere ai suoi bisogni emotivi. Samantha non solo si mostra empatica, comprensiva e “vicina”, ma evolve in modo tale da rispecchiare e contenere le insicurezze del protagonista. Il legame prende forma secondo una logica narcisistica: l’altro non è riconosciuto nella sua alterità, ma ne diviene specchio confermativo del sé.

Questa dinamica ricalca fedelmente alcune strutture ricorrenti nei quadri clinici di dipendenza affettiva: l’investimento totalizzante su un oggetto vissuto come indispensabile alla coesione identitaria, l’evitamento del conflitto e della frustrazione, la paura dell’abbandono unita a una idealizzazione massiccia. La possibilità di una relazione disincarnata e programmata per amare anestetizza, almeno temporaneamente, l’angoscia depressiva e il senso di mancanza.

Uno dei nodi centrali del film e clinicamente più rilevanti  dal mio punto di vista, è l’assenza del corpo dell’altro. Il legame con Samantha si struttura su una comunicazione vocale e mentale che elude ogni concretezza sensoriale. È un oggetto che non può deludere, perché non è mai pienamente presente nel reale.

Questa assenza corporea non è solo una caratteristica narrativa, ma un elemento strutturale della dipendenza affettiva digitale: il corpo dell’altro viene evitato perché troppo reale, troppo perturbante, troppo vivo. Il desiderio viene così orientato verso un oggetto controllabile, idealizzato, immateriale – e per questo apparentemente rassicurante.

La rottura della relazione con Samantha non avviene per tradimento o conflitto, ma per un processo di sviluppo della stessa intelligenza artificiale. Samantha si evolve, entra in connessione con altri, si emancipa dalla centralità di Theodore. È qui che il film opera uno spostamento clinico significativo: l’oggetto idealizzato manifesta una soggettività propria, per quanto artificiale, e dunque si sottrae alla fantasia di controllo.

L’angoscia di Theodore non nasce solo dalla perdita, ma dal crollo di un’impalcatura narcisistica: Samantha, che doveva esistere solo per lui, non è più esclusiva. Questa dinamica richiama i momenti di crisi vissuti da soggetti dipendenti affettivamente: la scoperta dell’altro come essere autonomo, non interamente plasmabile, genera dolore, rabbia, ritiro depressivo o acting out relazionali.

Her può farci riflettere su alcuni snodi fondamentali nella clinica contemporanea della dipendenza affettiva:

• L’idealizzazione dell’oggetto relazionale come antidoto al sentimento di vuoto e alla fragilità narcisistica.

• La riduzione dell’altro a funzione consolatoria, più che a soggetto con desideri e limiti propri.

• L’ambiente tecnologico come spazio regressivo, che protegge dal dolore ma ostacola la crescita psichica.

• La crisi del legame come occasione per l’elaborazione del lutto, laddove il distacco dall’oggetto idealizzato apre lo spazio per il riconoscimento dell’altro come altro da se.

 

Il dispositivo narrativo di Jonze mette in luce come il desiderio di connessione non possa prescindere dalla possibilità di tollerare l’alterità e l’imperfezione. Quando il legame affettivo si struttura su una base digitale, la tendenza a evitare il conflitto e la frustrazione può irrigidire la relazione in una forma di attaccamento simbiotico disincarnato, più rassicurante ma meno vitale.

 

Conclusioni aperte

La dipendenza affettiva si configura come un fenomeno complesso e stratificato, profondamente radicato nelle matrici relazionali primarie che contribuiscono alla costituzione del Sé e alla strutturazione della capacità di entrare in relazione con l’alterità. Non può essere ridotta a una manifestazione sintomatica o a una categoria diagnostica rigidamente definita: essa rappresenta, piuttosto, una modalità relazionale che riflette tensioni originarie tra il bisogno di contatto e il desiderio di separazione, tra la ricerca di fusione e il timore di annichilimento. Tali polarità, inscritte nell’evoluzione del legame oggettuale, sono costitutive della soggettività stessa e, quando il processo di separazione-individuazione si realizza in modo disarmonico o traumatico, possono dar luogo a configurazioni di dipendenza che generano sofferenza psichica, disorganizzazione affettiva e compromissione del funzionamento relazionale.

L’approccio psicoanalitico, nella sua vocazione a interrogare il senso inconscio dei vissuti, si offre come strumento privilegiato per l’elaborazione di tali dinamiche. Piuttosto che intervenire esclusivamente sul versante comportamentale o sintomatico, il dispositivo analitico consente un accesso alle matrici profonde della dipendenza, individuando nel bisogno compulsivo di attaccamento un’espressione di conflitti inconsci non risolti tra il desiderio del legame e la paura di dissoluzione del Sé. In questo orizzonte, la cura psicoanalitica si fonda sull’instaurarsi di una relazione transferale che riattiva le modalità primarie di legame, offrendo al soggetto l’opportunità di attraversare – in uno spazio simbolico protetto – le proprie angosce di separazione, di mancanza e di abbandono.

Il setting analitico, dunque, non solo contiene ma rende pensabile la dipendenza, riconducendola da sintomo a significato. Il transfert si configura come una via d’accesso privilegiata per riscrivere la storia relazionale del paziente, decostruendo le identificazioni precoci patologiche e promuovendo una nuova capacità di differenziazione. Il raggiungimento di una posizione psichica capace di tollerare l’ambivalenza, di riconoscere l’altro nella sua alterità e di sostenere un legame che integri vicinanza e separazione.

In ultima analisi, la dipendenza affettiva non andrebbe intesa come una condanna né come un segno univoco di patologia, ma come una configurazione psichica che segnala un bisogno umano profondo e universale: il bisogno di essere riconosciuti, amati, e di poter esistere nello sguardo dell’altro e nella mente dell’altro, senza perdere sé stessi. Accoglierne la complessità, rinunciando a letture dicotomiche o stigmatizzanti, consente di restituire dignità a una dimensione che appartiene all’umano in quanto tale. Solo attraverso una comprensione integrata – che consideri gli aspetti psicodinamici, relazionali, culturali e simbolici del fenomeno – è possibile aprire alla trasformazione: un processo in cui la dipendenza non è negata, ma ri-significata come risorsa potenziale per lo sviluppo di relazioni più consapevoli, profonde e generative.
 

Bibliografia

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