Bisogna essere sempre ebbri.
È l'unico problema, non c'è altro.
Inebriarsi senza tregua
per non sentire l'orrendo peso del Tempo
che vi rompe la schiena,
che vi inginocchia al suolo.
Ma di che?
Di vino, di poesia o di virtù - a piacer vostro.
Ma ubriacatevi.
Charles Baudelaire, Enivrez-vous, in Lo spleen di Parigi
L’ebbrezza invocata da Charles Baudelaire risuona familiare nella nostra società; il suo invito non è una semplice esortazione poetica, ma diventa espressione della condizione dell’uomo contemporaneo, in cui l’atto di inebriarsi, seppur apparentemente liberatorio, si manifesta come un bisogno di evadere, di colmare, di non sentire. Un bisogno di fuggire.
Lo stesso Baudelaire ricercava nel vino, nell’oppio e nell’hashish una via di fuga dallo spleen, quella condizione di profonda malinconia che abitava il suo essere e ispirava la sua poesia. Ma anche nel suo caso, ciò che nasceva come ricerca di libertà e come tentativo di placare l’angoscia, si rivelava un circolo vizioso, senza via d'uscita.
L’ubriachezza frenetica baudelairiana si configura come metafora delle dipendenze patologiche, che non sono solo atti di evasione e trasgressione, ma tentativi fallimentari di raggiungere una forma di libertà, che finisce paradossalmente per trasformarsi in una nuova forma di schiavitù e trascina l’uomo verso l’abisso. Non si tratta più solo dell’ebbrezza infusa dal poeta maledetto, né dello stato d’animo di un artista in crisi, ma di dipendenze patologiche che oggi si diffondono in modo epidemico, insinuandosi silenziosamente nella nostra routine.
La dipendenza patologica designa una condizione in cui il soggetto è dominato da un bisogno ricorrente, irresistibile e difficilmente controllabile di assumere compulsivamente sostanze come droghe, alcol, farmaci oppure di mettere in atto comportamenti che producono dipendenza, le cosiddette new addictions. In questi casi, un’abitudine si trasforma in una ricerca spasmodica del piacere o in una strategia di evitamento del disagio psichico, fino a sfociare in una condizione patologica che compromette il funzionamento dell’individuo, generando sofferenza e disadattamento sociale, affettivo e lavorativo.
Le nuove dipendenze sono ormai presenze immanenti e sempre più insidiose nella società contemporanea, in cui le persone non dipendono più soltanto da droghe e sostanze psicoattive, ma anche da comportamenti disfunzionali, spesso socialmente accettati e talvolta persino incoraggiati. In questi casi, il legame non si instaura con una sostanza, ma con oggetti o attività della vita quotidiana. Così relazioni, sesso, sport, lavoro, shopping, smartphone, computer e algoritmi, diventano escape ways, che promettono, o meglio, illudono, di acquietare l’anima, quella parte dell’anima che Platone chiamava desiderativa, epithymetikón, sede degli impulsi e dei desideri.
Ma da cosa nasce oggi il bisogno di fuga? Da chi o da cosa fuggiamo e vogliamo liberarci?
Massimo Recalcati definisce le dipendenze patologiche come nuove forme di schiavitù, caratterizzate da un’eclissi dell’esperienza umana del desiderio. Tale condizione emerge come una fatica soggettiva, propria dell’uomo contemporaneo, a desiderare. Secondo Recalcati, la causa principale dello spegnimento del desiderio risiede in una profonda metamorfosi che ha attraversato la nostra società, in cui la mancanza, da cui normalmente scaturisce il desiderio, capace di generare movimento vitale, si è trasformata in vuoto.
Lo stretto legame tra mancanza e desiderio si riscontra anche nel pensiero platonico, in particolare nella genealogia di Eros esposta nel Simposio, in cui Eros incarna il desiderio come forza universale legata alla vita che spinge alla generazione. Eros è figlio della particolare unione tra Penìa, la povertà, simbolo della mancanza, e Póros, l’espediente, emblema dell’ingegno e della ricerca. Dalla madre ha ereditato la condizione di mancanza, e dal padre la capacità di cercare e inventare. Eros desidera proprio perché è mancante: egli non è bello né brutto, e per questo desidera il bello; non è buono, ma nemmeno cattivo, perciò desidera il bene; egli anela alla sapienza, proprio perché ne è privo, ma non per questo è ignorante.
Il desiderio, come nel caso di Eros, è radicato nella mancanza, ed è la sua espressione vitale, creativa e generativa; esso è ciò che muove la vita. Pertanto, una vita senza desiderio è una vita che si spegne.
Secondo Lacan, l’essere umano è strutturalmente segnato dalla mancanza e dal desiderio, e dipende costitutivamente dall’Altro, inteso come luogo del linguaggio e del desiderio. Il desiderio si configura come un movimento di apertura verso l’Altro, nella ricerca di una compensazione simbolica che possa colmare la mancanza originaria, come accade, per esempio, nell’amore. Ma proprio perché tale mancanza è strutturale, ogni compensazione resta inevitabilmente parziale, e il desiderio non trova mai un oggetto capace di colmarla del tutto.
Nella dipendenza patologica, il soggetto rifiuta la propria dipendenza strutturale dall’Altro. Il ricorso all’oggetto diventa così un modo paradossale con cui l’essere umano tenta di liberarsi da questo legame, inseguendo un ideale illusorio di autosufficienza. In questo processo, il soggetto si sgancia dalla relazione con l’Altro e lo sostituisce con un partner inumano, che può essere la droga, lo psicofarmaco, il cibo, l’alcol, un dispositivo tecnologico o altro ancora, trasformando la relazione in un rapporto solitario e assoluto con l’oggetto.
Si manifesta quindi un tentativo di non dipendere più da nessuno, ma questa apparente libertà, comporta la caduta, perché l’illusione di emancipazione si rivela una forma radicale di schiavitù. L’oggetto della dipendenza si presenta come qualcosa che salva, che previene l’abbandono, il trauma della separazione, la ferita dell’Altro, che spesso accende ferite più antiche. È un antidolorifico, capace di anestetizzare emozioni e sentimenti. Esso si presenta come una presenza rassicurante, un antidoto contro l’angoscia generata dalla dipendenza dall’Altro. In questo senso, serve a sopprimere l’inquietudine del desiderio e a liberarsi dal legame con l’Altro.
Le sostanze delle dipendenze sono degli scacciapensieri come direbbe Freud, capaci di rimediare al dolore di esistere; esse sono dei pharmakon, nel senso platonico del termine, dove il farmaco è al tempo stesso un rimedio contro l’inquietudine del desiderio e contro la sofferenza, ma anche un veleno che introduce una schiavitù. La stessa ambivalenza attraversa anche I Fiori del Male di Baudelaire, le cui poesie, offrono sollievo, promettono elevazione, ma al tempo stesso trasmettono il veleno originario, il male da cui sono fiorite.
L’oggetto promette riempimento, ma finisce per produrre uno svuotamento che rende il soggetto prigioniero di esso, come accade con il vino di Baudelaire, dove l’ebbrezza rappresenta una via di fuga effimera perché fa dimenticare le sofferenze della vita, ma al tempo stesso genera un intorpidimento dei sensi e dell’anima, nascondendo al suo interno una trappola.
L’origine dell’odierna diffusione epidemica delle dipendenze patologiche va ricondotta al mercato, che è il responsabile della trasformazione nichilistica della mancanza in vuoto, e che incarna ciò che Jacques Lacan definisce il “discorso del capitalista”, secondo cui l’essere umano può trovare salvezza e felicità solo attraverso il consumo. In questa logica, la mancanza, struttura costitutiva del desiderio, viene trasfigurata in un vuoto da colmare immediatamente e compulsivamente. Il mercato si propone come salvatore, presentando ogni volta un nuovo oggetto come soluzione alla sofferenza umana. Ma l’oggetto, che dovrebbe placare l’inquietudine del desiderio, non fa che alimentare una nuova forma di schiavitù: la dipendenza. Per trattare il disagio, il dolore di esistere, cioè quella mancanza che ci costituisce, le nuove dipendenze suggeriscono di colmare il vuoto il più rapidamente possibile. Il paradosso è che tali oggetti, offerti in modo illimitato dal mercato, non producono mai soddisfazione. Al contrario, generano nuovi vuoti, mantenendo vivo il bisogno di riempirli e rendendo il soggetto sempre più dipendente, sempre più schiavo e insoddisfatto.
In ambito artistico, David LaChapelle, fotografo di fama internazionale che ha portato il pop e il surrealismo nella fotografia contemporanea, è noto per la sua capacità di mettere in scena nelle sue opere, una critica tagliente alla società dei consumi dominata dagli eccessi, dalle dipendenze, dal materialismo e dal consumismo, che rivelando le contraddizioni e i paradossi del nostro tempo. Le sue fotografie si distinguono per il forte impatto visivo e sono dense di corpi, oggetti, bellezza artefatta e colore, che egli utilizza in tutte le sue forme anche per combattere la malinconia, che a suo avviso accompagna tutti gli esseri umani. LaChapelle è solito rappresentare la nostra società, accostando miti a riferimenti culturali contemporanei, creando tableau provocatori e visivamente sorprendenti.
In questo contesto emerge Icarus, ispirato al mito greco che narra la storia di un giovane che in cerca della libertà, esaltato dall’ebbrezza di poter volare con le ali fatte di cera e piume, volò troppo vicino al sole, così la cera si sciolse gradualmente, le penne cominciarono a cadere e Icaro precipitò tragicamente nell’abisso del mare. LaChapelle, in questa fotografia, raffigura la condizione dell’essere umano nell’epoca del consumismo, mettendone in luce il suo lato oscuro. Nell’opera, l’artista rappresenta un Icaro ipermoderno, ritratto come un corpo erotico, esposto e logorato dalla sua illusione di poter raggiungere le vette della libertà. Il ragazzo finisce esattamente come il dipendente patologico, che convinto di bastare a sé stesso e di poter raggiungere un ideale di autosufficienza attraverso il suo oggetto della dipendenza, viene bruciato e consumato. Il giovane precipita così verso la sua rovina, cadendo in una valle artificiale di computer e schermi, oggetti della sua stessa alienazione.
La stessa immagine della caduta dell’uomo, ispirata sempre al mito greco, emerge anche nei versi evocativi di Baudelaire in Lamento d’un Icaro:
Gli amanti delle femmine da trivio
fresca han la pelle e placida la faccia:
in quanto a me, mi son rotte le braccia,
per avere abbracciato solo nuvole.
E dunque, a furia di spiar nei cieli
il divampare di stelle mai viste,
il mio occhio alla luce non resiste
e più non vede che larve di soli.
Inutilmente dello spazio volli
fine e centro trovare: a poco a poco,
sotto non so che pupilla di fuoco,
sento farmisi l'ali incerte e molli.
Dall'amore del bello incenerito,
la gloria non avrò di battezzare
con il mio nome l'abisso di mare
dove il mio corpo sarà seppellito.
In questa poesia, Baudelaire non si limita a riprendere la figura mitologica, ma la reinterpreta, opponendo agli uomini comuni, che cedono ai piaceri fisici e materiali, come quello per le donne, l’Icaro-poeta, che vola verso un orizzonte intangibile, cercando invano di abbracciarlo, al punto da ritrovarsi con le “braccia rotte”. Le “nuvole” di Baudelaire, analogamente agli oggetti delle dipendenze, sono libertà illusorie, che promettono pienezza, ma lasciano solo vuoto. Il poeta si è arso gli occhi nel tentativo di raggiungere le “stelle mai viste”, e questo slancio verso un’entità irraggiungibile lo conduce alla cecità, che non gli permette più di contemplare la verità. Allo stesso modo, il soggetto dipendente, nel tentativo di raggiungere un’immagine di autosufficienza si affida all’oggetto della propria dipendenza, che finisce per accecarlo, e isolarlo dalla realtà. Con le ali “incerte e molli”, la sua è una caduta non solo fisica, ma anche interiore. L’Icaro-poeta, consumato dal suo ideale, sprofonda nell’oblio. Così anche il soggetto dipendente, nel vano tentativo di placare l’inquietudine del desiderio, si brucia e precipita in un abisso fisico e psichico, travolto dall’illusione che lo ha sostenuto.
Nella nostra società contemporanea tutto corre, si consuma e si ricambia, persino l’amore e le relazioni vengono trattate come merce a scadenza, oggetti da usare e poi sostituire. E così, in questa rincorsa della vita in cui tutti sono “affaccendati”, come direbbe Seneca, verso un ideale di libertà e autosufficienza, prende forma la dipendenza patologica, in cui, nel paradosso di credersi padroni di sé stessi, ci si ritrova prigionieri. Schiavi di un mercato che, per tenere ancorate le persone, non fa altro che alimentare l’insoddisfazione, illudendole che sia possibile salvarle dall’inquietudine del desiderio e anestetizzare la mancanza e il dolore di vivere.
Attraverso la figura di Icaro, reinterpretata da LaChapelle e Baudelaire, possiamo vedere cosa accade quando si vola verso il Sole artificiale: si crede di elevarsi verso ciò che è oltre l’essere, per dignità e potenza, ma in realtà si abbracciano solo “nuvole” e ci si brucia le ali, precipitando negli abissi più profondi della propria esistenza. Allo stesso modo, chi tenta di colmare la propria mancanza con oggetti, sostanze o relazioni, diventa un Icaro ipermoderno, e finisce per restare risucchiato nel vortice del proprio vuoto interiore, un vuoto che non salva, non guarisce, ma brucia e consuma.
Forse, l’unico modo per liberarsi dalle catene del nostro tempo, è rallentare, per imparare a sentire la mancanza, riconoscerla, e soprattutto accettarla. Perché essa, contrariamente a quanto ci viene suggerito dal mercato e dalla società, non è un difetto da correggere, né qualcosa da reprimere o da colmare, ma è una condizione ontologica dell’essere umano, come aveva già intuito Platone. Alla fine siamo tutti fatti di mancanza, ed è proprio per questo che dobbiamo accoglierla e abitarla, per dare origine, ab initio, al motore della vita, e ricominciare a desiderare, ossia a vivere.
BIBLIOGRAFIA
Charles Baudelaire, I fiori del male, a cura di Gesualdo Bufalino, Milano: Mondadori, 2017.
Charles Baudelaire, Lo spleen di Parigi, a cura di G. Raboni, Milano: Mondadori, 1992.
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Jacques Lacan, Il Seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi, a cura di Jacques-Alain Miller, Torino, Einaudi, 2001.
Massimo Recalcati, Clinica del vuoto. Anoressie, dipendenze, psicosi, Milano: Raffaello Cortina Editore, 2025.
Massimo Recalcati, Le nuove melanconie. Destini del desiderio nel tempo ipermoderno, Milano: Raffaello Cortina Editore, 2019.
Platone, Fedro, a cura di Giovanni Reale, Milano: Edizioni CDE, 1998.
Platone, La Repubblica, a cura di Mario Vegetti, Milano: BUR, 2007.
Platone, Simposio, a cura di Giovanni Reale, Milano: Bompiani, 2000.
Seneca, De brevitate vitae, a cura di G. Reale, Milano: Rizzoli, 1996.
Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, in Opere di Sigmund Freud, vol. 10, a cura di Cesare L. Musatti, Torino: Bollati Boringhieri, 2002
Copertina Articolo: Icarus 2012 DavidLaChapelleHR



