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Dott. Angelo Villa

Psicoterapeuta

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La dipendenza dall’indipendenza

2025-07-14 13:06

di Gianfranco Ricci

FORT-DA numero 5/2025,

La dipendenza dall’indipendenza

di Gianfranco Ricci

Buon parte della clinica contemporanea ha trovato la propria dimensione, la propria ragion d’essere prevalente, nella lotta alle dipendenze.

Negli anni Sessanta l’espansione nel Mondo Occidentale del fenomeno della tossicodipendenza ha determinato una crescente attenzione delle Istituzioni e della clinica verso gli effetti autodistruttivi dell’uso delle sostanze.

Oggi gran parte dell’attenzione del mondo clinico della ricerca è concentrata sul dilagare delle dipendenze “prive di oggetto”, come quelle tecnologiche.

 

La psicoanalisi, come sottolineato da Lacan nel corso del suo insegnamento, distingue tra una dimensione “patologica” ed una “strutturale” della dipendenza.

Vi sarebbe una dipendenza strutturale dell’essere umano legata alla sua stessa costituzione: alla nascita, l’uomo non è autosufficiente; non essendo in grado di badare a se stesso e di sopravvivere autonomamente, diviene centrale nella prima parte della vita il ruolo del Caregiver (divenuto termine chiave della psicologia e della psicoanalisi contemporanea), che si tratti della madre o di chiunque si prenda cura del neonato.

Questa dipendenza strutturale si traduce nella creazione definizione di relazioni asimmetriche di cura che determineranno lo sviluppo del soggetto e del suo mondo relazionale nel ciclo di vita.

 

Le dipendenze patologiche invece risponderebbero alla difficoltà del soggetto di fare i conti con la propria costituzione narcisistica, con le dinamiche del desiderio e del rapporto con l’altro.

 

Il Discorso sociale ed economico imperante nel nostro Tempo ci impone di considerare una subdola forma di dipendenza spesso socialmente accettata: la “dipendenza dall’indipendenza”.

 

Il mondo capitalistico eleva la figura dell’imprenditore a stella polare, vero e proprio vertice della piramide sociale.

Il “farsi da solo”, leitmotiv dell’imprenditore (e dell’influencer in tempi più recenti), venuto dal nulla e divenuto punta di diamante della Società, svela all’ascolto dello psicoanalista la sua inquietante dimensione tossicomanica: il farsi dell’imprenditore coincide con l’assunzione della dose del tossicodipendente.

 

Il mito dell’autogenerazione abita il capitalismo e riflette il dolore che la dipendenza originaria dell’uomo comporta.

 

Abbiamo molteplici esempi nella vasta “mitologia” dell’imprenditore costruitosi con le sue sole forze, nato come in una bolla, lungo le due sponde dell’oceano: in ognuna di queste storie, la presentazione della medesima trama (emergere per meriti personali straordinari, successo fuori scala, conquiste illimitate in termini di denaro e sesso) risponderebbe alla necessità di orientare l’attenzione rispetto ad una dimensione ben più torbida legata agli scivolosi compromessi e alle ambiguità insite nel sistema economico.

 

La dipendenza strutturale di cui parla la psicoanalisi implica il passaggio per una fase iniziale di alienazione: il soggetto si trova immerso nel mondo e nel linguaggio dell’Altro. Il neonato è parlato dall’Altro, attraversato da fantasmi e fantasie che appartengono all’altro che lo ha generato.

Nel corso della vita il processo di separazione garantirebbe al soggetto di maturare e mettere in gioco un discorso proprio, svincolato dall’Altro che lo ha generato.

 

In questo senso, il mito dell’indipendenza si traduce nella fantasia estrema, categoriale, di poter fare radicalmente a meno dell’altro. Se nella clinica della psicosi vediamo il prevalere dell’altro, che gode impunemente senza limiti del soggetto ridotto ad oggetto, il mito dell’indipendenza rifletterebbe la necessità di evitare ogni dialettica tra soggetto ed altro.

 

Questo fenomeno troverebbe nella crisi dell’identità maschile una sua potente eco.

 

Ne abbiamo un esempio nel proliferare online di “bolle virtuali” popolate da giovani alla ricerca di risposte circa la propria identità e le difficoltà che affrontano nella propria costituzione narcisistica.

A questi appelli rispondono figure, tanto estreme quanto caricaturali, che fanno leva sulla costruzione di un neo ideale maschile non dialettico, che nell’altro vede solo un oggetto e non un’altra soggettività con la quale confrontarsi.

La crisi dell’identità maschile, resa evidente dai fenomeni giovanili come gli “Incel” (involuntary celibate), i Pick-up Artist (artisti del rimorchio) e i movimenti “Men Going Their On Way” ci mostrano la difficoltà del maschile contemporaneo nella dialettica con l’alterità presente nella società.

Se il femminismo, con le sue molteplici traiettorie e sviluppi, ha determinato l’evoluzione dell’identità di genere femminile, aprendo ad articolazioni inedite, molteplici e svincolate dall’ideale fallico maschile, sul versante dell’identità di genere maschile non è avvenuto lo stesso.

Anzi, l’assenza di riferimenti chiari e condivisi, in passato presenti negli ideali imposti dai grandi poteri come la Chiesa e l’esercito (strutture sociali studiate da Freud il cui dominio di certo non rimpiangiamo) ha favorito l’imporsi di riferimenti sempre più estremi e violenti.

In particolare, il fenomeno legato ai gruppi “Men going their Own Way” si baserebbe sulla proposta di una radicale divisione tra mondo maschile e mondo femminile, basato su una strutturale e biologica impossibilità di dialogo e relazione.

In queste comunità online, il femminile è accusato di essere all’origine, come elemento strutturale della società, delle fragilità che i singoli membri della community attraversano.

 

Alla difficoltà singolare si cerca una risposta collettiva, evitando ogni forma di implicazione soggettiva.

 

In questa ideologia, basata su un ideale maschile di forza, superiorità intellettuale e morale, i giovane adepti trovano una risposta alla propria sofferenza, inseguendo un ideale di assoluta indipendenza. Tale indipendenza si tradurrebbe in pratiche manipolatorie che puntano a distruggere il desiderio, facendolo scadere nel mero bisogno.

 

Bisogno e desiderio sono concetti centrali della psicoanalisi.

 

Se il bisogno si basa su dinamiche biologiche, come la fame e la sete, il desiderio invece sarebbe il resto legato all’impossibile completa traduzione, come reso evidente dal grafo di Lacan, della pulsione nel linguaggio.

 

Il desiderio, a differenza del bisogno, ha strutturalmente una marca dialettica che impone il passaggio dall’altro, l’appello all’altro.

 

Senza l’altro non vi può essere desiderio.

 

Per questo, nelle comunità online basate su questi riferimenti, la dimensione erotica e sessuale, oltre che quella relazionale, vengono ricondotte non al piano del desiderio, bensì del bisogno, negando la statura soggettiva delle donne.

 

Il femminile viene ridotto ad oggetto sessuale, a “trofeo”, a premio che il “maschio alfa” deve conquistare e sfruttare, disprezzando e umiliando le donne.

Così, i giovani maschi alfa ribadirebbero la propria indipendenza, non facendo mai i conti con alcuna forma di legame o dipendenza relazionale o emotiva.

Il diffondersi capillare, nel Mondo Occidentale, di questa subcultura, spesso ritenuta solo virtuale, perché discussa ed emergente solo laddove essa si traduca in atti violenti che trovano eco nella cronaca, è ancora oggi un fenomeno sottovalutato, che tuttavia testimonia precisamente della crisi del Simbolico nel Mondo Contemporaneo e dell’imporsi del paradigma dell’“uomo senza inconscio”.

Questi giovani infatti cercano nell’identità maschile un pilastro che possa dare loro una consistenza senza scarti e senza inciampi.

 

Il dilagare dell’immaginario non mediato se non da un simbolico precario e strumentale trova in questi fenomeni una sua evidente espressione.

 

Tutto questo si pone in aperta contrapposizione con la concezione dell’inconscio che la psicoanalisi pone al proprio centro: se il “maschio alfa” non deve chiedere mai e non fallisce mai, la psicoanalisi trova la propria ragion d’essere nell’interrogazione dell’inciampo, dell’atto mancato, della lapsus e del sintomo; se lo psicanalista apre sulla veritigine dell’inconscio, il guru “maschio alfa” chiude; se la psicoanalisi favorisce l’emergere di un discorso soggettivo unico e particolare, online è possibile acquisire corsi, libri e video che propongono un sapere uniformante e uguale per tutti, basato sulla medesima narrazione, misogina e fallocentrica.

 

 

 

Bibliografia:

-Copland Simon – “The Male Complaint: The Manosphere and Misogyny Online”;

-Cosenza Domenico – “Clinica dell’eccesso. Derive pulsionali e soluzioni sintomatiche nella psicopatologia contemporanea”;

-Lacan Jacques – “ll Seminario, Libro XI, I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi”;

-Recalcati Massimo – “L’uomo senza inconscio”;

 

Realizzazione sito web: Marco Benincasa