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Dott. Angelo Villa

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Trauma e Gioco D’azzardo Patologico

2025-07-14 12:59

di Francesca Picone

FORT-DA numero 5/2025,

Trauma e Gioco D’azzardo Patologico

Francesca Picone e Monica Mandalà

Ci sono forse pochi ambiti, come nel gioco, nei quali è difficile stabilire un confine tra salute, vizio e malattia; tra intenzione, abitudine e compulsione anancastica; tra coraggio, pericolosa inclinazione al rischio e temerarietà; tra comportamento autenticamente ludico, tendenza ad un comportamento problematico o francamente patologico. Esistono infatti confini incerti, labili, mai del tutto prevedibili ed anche mai diagnosticabili in modo certo. Forse per questo il tema, per sua natura, non cessa di animare dibattiti infiniti, non solo a livello clinico, ma antropologico, storico, culturale, economico, etico, politico e sociale. Ambiti che hanno tutti una legittimità a tutto spessore e che si embricano indissolubilmente, se dei comportamenti collegati al tema del gioco vogliamo cogliere, almeno in parte, la infinita poliedricità in quanto fenomeno tipicamente umano; se, come già Huizinga affermava nel 1938, concordiamo con l’osservazione – difficilmente confutabile – per la quale l’essere umano è ludens non meno che faber e sapiens, se “la “civiltà umana sorge e si sviluppa nel gioco, come gioco”.

A ben vedere, in quanto simulazione della realtà, i giochi possono rappresentare una formidabile occasione di crescita della personalità, laddove il rapporto tra competenza (agon) e rischio (alea) sia adeguato.

É proprio questo l’aspetto che ci interessa più da vicino per quanto riguarda il gioco d’azzardo, il fatto che sia collegato al caso e al rischio e che, nella nostra cultura, si associ in particolare al denaro, in quanto simbolo universale di potere e di status sociale. Come afferma Widmann (2009), “il denaro, simbolo autentico e vivo della psiche collettiva, autentico in quanto tiene in connessione il polo inconscio con quello conscio; vivo in quanto non una semplice allusione a contenuti latenti, ma presentificazione così intensa e materiale dell'inconscio, da assumere il carattere pieno della realtà concreta.  funge da motore immobile che muove la vita individuale e quella collettiva”.
E, poi dall’altra parte, l’attitudine al rischio, l’anima dei comportamenti osservabili nelle diverse forme del gioco d’azzardo, che rimanda a strutture di personalità che nei comportamenti di gambling eccessivo esprime uno dei molteplici aspetti fenomenici nei quali le stesse personalità possono esprimersi e che, come suggerisce Le Breton (1991), pone una domanda dolorosa sul senso della vita. Il rischio come modo per forzare il passaggio abbattendo il muro di impotenza che si avverte. Le condotte a rischio sono volutamente trasgressive. E la trasgressione è «una fabbrica del sacro», scrive ancora Le Breton…. Rischio, senso, sacro, trasgressione: parole da sempre connesse al cammino dell'umano...per consegnarsi a uno spazio altro, fuori dall'esperienza ordinaria, di sospensione, di incertezza adrenalinica nel tentativo di provocare deliberatamente la morte psichica e simbolica di sè, e non solo a volte…. uno spazio che ridefinisce in maniera radicale e profonda il senso di identità.

Az-zahr viene dall’arabo dadi, il giocare con i dadi, la zara appassionava ogni persona di ogni ceto sociale, indicava la pericolosa sfida alla fortuna, l’esporsi alla sfida erculea dell’azzardo…

AZ-Zahra (الزهر) in moresco è "fiore", il fiore di "tutta la primavera in montagna, della fioritura dopo la pioggia", il fiore d’arancio che somiglia ai dadi, ma che indicava "morte improvvisa nel gioco." AZAR in portoghese significa "sfortuna". Durante le crociate, poi il gioco e questa parola si diffusero in tutta Europa, diventando in spagnolo e catalano in modo più dolce: "Per fortuna, il destino." Infine, Hasard in francese diventa "opportunità, caso", trasmettendo l'idea di probabilità, e indicando l'elemento imprevisto negli eventi.

Da sempre scorgere il confine tra la virtù ed il vizio, specie in situazioni estreme dove alla prudenza deve associarsi l’ardimento al limite della temerarietà, è assai difficile. Se non impossibile… in quei momenti nei quali tutto viene messo “in gioco” nella scelta fatale di un istante nel quale destini personali, ma anche di imperi, stanno appesi alla valutazione di uno scenario che richiede capacità di analisi, ma anche una capacità di scelta lucida e adamantina.

In questo “giocare il tutto per tutto”, si “scoprono le carte”, e la successione degli eventi rivela se nel determinare la scelta in una direzione o nell’altra hanno prevalso il retto consiglio e la determinazione, o un’incauta presunzione foriera di sventura.

Sembra esserci, quindi, un’etica, immanente alle situazioni di rischio, che spesso viene dimenticata, ma che sottende l’attitudine degli umani a ricreare situazioni, nelle quali il brivido, l’acmè viene riprodotto seppure surrettiziamente, come nel caso del gioco d’azzardo.

Il gioco dei dadi, in origine, era un’attività divinatoria e si accostavano a pratiche di gioco - cui si richiamavano in qualche modo le scelte importanti da prendere - coloro da cui dipendevano le sorti comuni. Nel processo di democratizzazione e ridistribuzione del potere, tipico delle culture più evolute, è facile supporre che tale “brivido decisionale” voglia essere condiviso e sperimentato sulla propria pelle, anziché delegato ad altri. Questa potrebbe essere una tra le molteplici ragioni che giustificano la crescente estensione delle pratiche di gioco a rischio, osservabile nelle società contemporanee.

Infatti, se è vero, come afferma Huizinga nel suo magistrale Homo ludens (1938): “In nessuna delle mitologie da me conosciute il gioco è incorporato in una figura di dio o di demone; mentre, d’altra parte, si rappresenta spesso una divinità in atto di giocare”, è pur vero che la dimensione della giocosità è una rappresentazione archetipica che esprime nella sua forma più alta e sublime l’attitudine libera e creativa delle Forze generative dell’universo, quale sia il nome che nelle diverse culture si è voluto dar loro: Lila, della cosmogonia induista, o a Hokma, la sapienza divina, nella Bibbia.

Il gioco ha in sè l’aspetto divertente, gratificante e del piacere, il giocatore si pone volontariamente nelle mani dell’incertezza, del destino e si assume la responsabilità per il risultato, giocando il proprio denaro. È una zona intermedia fra realtà e fantasia, né puro fenomeno, né pura immaginazione: da qui, da questa zona intermedia sgorga il pensiero magico con i meccanismi cognitivi di negazione della possibilità del caso e, al contrario, dall’idea megalomanica di poterlo determinare, controllare, prevedere: il desiderio di farsi vedere dal caso, di poter influenzare il destino. “Io influenzo il risultato del gioco”, una vera e propria distorsione cognitiva, al limite con il delirio, in cui gli eventi aleatori sono considerati come se fossero sotto il proprio controllo.

“Il gioco somiglia ad un’oasi di gioia, ci rapisce, giocando siamo un pò liberati dall’ingranaggio della vita, come trasferiti su un altro mondo dove la vita appare più felice (Eugen Fink, 1957). É un’interruzione, una pausa e un alleggerimento del peso dell’esistenza. “Oasi della gioia”, e quindi divertimento, piacere, ma anche, a volte, nel suo essere talmente tanto coinvolgente, da magica può diventare “demoniaca”, diabolica, una dimensione attraente quanto instabile e che espone al rischio di un clima incandescente”, pericolosamente mortale.

I giocatori patologici tragicamente perdono la giocosità, intesa come libera e gratuita capacità di gioire delle cose nella loro forma creativa, finalistica e socializzante, e vivono lo smarrimento di quell’elemento vitale che cerca in qualche modo di essere legittimato, riscoperto ed accompagnato verso forme più positive di espressione. E così, i giocatori, paradossalmente, non sanno giocare, hanno perso drammaticamente gli aspetti creativi del gioco, anzi ripetono il gioco tragico della distruttività, dell’autodistruttività, nella quale si sono persi.

Il DSM-5 ha riconosciuto al GAP lo status di dipendenza e lo inserisce a pieno titolo nel capitolo delle dipendenze (Substance-Related and Addictive Disorders), denominandolo 'Disturbo da Gioco d'azzardo' (Gambling Disorder). I criteri diagnostici per il GAP non hanno subito significativi cambiamenti sul piano qualitativo, tranne per il criterio riguardanti gli atti illegali, che è stato tolto.

Quindi, stiamo parlando di un fenomeno estremamente sfuggente, di difficile classificazione e dalla eziologia incerta. Nonostante i numerosi studi, i punti aperti e i nodi irrisolti rimangono molti e si sarebbe quasi tentati di affermare, in accordo con Wittgenstein, che su ciò che non si può teorizzare si deve narrare per cercare di comprendere le storie cliniche dei giocatori ed il significato simbolico che il gioco per essi ha assunto.

Molti giocatori patologici dicono di "non sentirsi sè stessi" e di sentirsi guidati da qualcosa che va oltre il loro controllo (Darbyshire, Oster, Carrig (2001), vivono una serie di esperienze simil-dissociative, quali perdere la cognizione del tempo, sentirsi una persona differente, vedersi dall'esterno, sentirsi come in uno stato di trance, avere un vuoto di memoria, reazioni dissociative queste, rilevate oltre che in questi gruppo di pazienti, anche in soggetti con disturbi alimentari e dipendenza da alcool.

Esperienze dissociative, quindi, che in accordo a Jacobs (1982), possono essere definite come "una normale abilità innata, utilizzata da tutti contro le distrazioni della vita quotidiana", ma anche una difesa, quando alti stati di stress psicologico, di dolore fisico, quando un senso di impotenza causato da un incidente traumatico o continue condizioni avversive sorpassano le risorse che una persona ha a disposizione"[...] Profondi sentimenti di inadeguatezza e inferiorità, senso di non essere voluti o non necessari, rigettati dai genitori, dai pari o da altri significativi. Questo stato, a partire da esperienze infantili o pre-adolescenziali, porterebbe ad un bisogno intenso di successo, riconoscimento o approvazione. Ecco che nel giocatore patologico può comparire una percezione sfocata della realtà causata dalla concentrazione completa dell'attenzione su una serie di specifici eventi del momento (le slot che girano, le luci, i colori, tutto sospeso, senza tempo e in nessun luogo, utopico), una riduzione della capacità di autocritica, utile a deviare la preoccupazione delle proprie inadeguatezze personali o sociali (supportate dalla regolazione sociale che segnala accettazione e incoraggiamento del comportamento additivo) e un incredibile switch verso il "sogno ad occhi aperti", con fantasie di soddisfazione di desideri che finiscono per agevolare una percezione di sé alterata positivamente.
Dato l'ampio raggio di attività associate alla dissociazione e il loro collegamento con la dipendenza sembra probabile che la dissociazione sia una parte fondamentale della dipendenza, ma ad oggi non è chiaro se sia una causa o un sintomo.

Non tutti i giocatori patologici, però vivono esperienze dissociative, e con riferimento alla categorizzazione dei giocatori patologici di Blazczynski e Nower (2002), la dissociazione sarebbe una caratteristica importante solo per il secondo sottogruppo, quello dei giocatori di fuga, disturbati emotivamente, incapaci di esprimere le loro emozioni direttamente ed effettivamente tendenti a esprimere comportamenti evitanti o passivo-aggressivi. Per via di queste caratteristiche sarebbe più probabile che essi ricerchino esperienze dissociative come meccanismo di coping con i loro stati psicologici. Nel primo sottogruppo i meccanismi di dissociazione sarebbero conseguenze più che motivo del gioco, mentre nel terzo gruppo, quello degli emotion-seekers, la ricerca di emozioni impedirebbe loro di avere reazioni dissociative.

Carlo è un uomo di 55 anni, coniugato da 30, con un figlio di 22 anni: lavora presso un importante struttura ospedaliera di Palermo. Giunge da me subito dopo il giorno di Natale per un tentativo di suicidio, avvenuto 15 giorni prima. La ragione di tale gesto è legata alla perdita alle slot della sua tredicesima, all’insaputa della moglie, alla vergogna e all’incapacità di confessare l’accaduto alla famiglia. Quando lo incontro, è consapevole della gravità del gesto compiuto, riesce a descrivere i momenti precedenti al gesto suicidario e il suo stato emotivo come estranei, congelati, dissociati, accompagnati da un forte desiderio di liberazione. Riesce a ricordare i dettagli di quanto aveva prima pianificato e poi agito, anche il volare giù da uno dei ponti di una delle strade principali della città, ma nel raccontarli parla di sé in terza persona, a volere sottolineare il fatto che non era lui. Durante i successivi colloqui, emergeranno molti episodi di dismnesie, che spaventano moltissimo la moglie, e le esperienze traumatiche nella relazione con la madre, che con notevole distacco affettivo, lo ha da sempre trascurato, non considerato, anzi allontanato, lui, l’ultimogenito di molti figli, che doveva essere, come spesso accade, coccolato e vezzeggiato, invece la sua vita è stato un incubo.

“La dissociazione sancisce l’avvenuta impossibilità dell’Io ad entrare in relazione con l’alterità complessuale, e la conseguente tendenza del complesso a porsi come nucleo competitivo nella personalità, causando in essa una scissione”, così Jung, in “Psicologia della dementia praecox” (1907). Se la dissociazione è una salvezza rispetto alla portata devastante del trauma, è stata pagata certamente a caro prezzo. Se, come dice Bromberg (2007), è l’unica via di fuga quando non c’è alcuna via di fuga, il risultato è una vita di rifugiati.

Le vie espressive delle parti dissociate, cioè principalmente il soma e gli affetti disregolati, da cui derivano le dipendenze, comprese quella da gioco, rendono tangibile l’esperienza traumatica inelaborabile, muta, inattingibile, come la storia di Carlo ci mostra. Di essa, non resta segno nella personalità dominante (apparentemente normale, come la definiscono Onno van der Hart e al.), che però resta come impoverita, svuotata, e irrigidita dalla presenza di un corpo estraneo che ingloba la componente emotiva della personalità e non la rende disponibile alla cooperazione dialogica. Pertanto, in accordo con M. Marozza (2015), al di là delle difficoltà di una definizione oggettiva di cui danno conto le revisioni dei vari DSM”; al di là del tentativo di tener conto delle componenti soggettive e relazionali che rendono o meno un’esperienza traumatica; al di là dell’importante introduzione del concetto di trauma complesso, legato alla cronica persistenza di traumatizzazioni o di negligenze che ledono lo sviluppo evolutivo; al di là del sofisticato concetto di trauma cumulativo introdotto da Masud Khan, ricco di sfumature soggettive e interpretative; al di là del trauma relazionale precoce di Allan Schore che coglie le sottili modulazioni delle emozioni nella relazione parentale precoce, al di là dell’“attacco al Sé e al valore personale”, con il tragico effetto invalidante, secondo Meares…il trauma viene a configurarsi lungo una linea che collega eventi e vissuti, mondo esterno e mondo interno, impatto energetico e costituzione di significati, psiche individuale e relazionale”. É un fatto totale che dispiega effetti in molte direzioni. Esso appartiene alla realtà e basta, né interna né esterna, piuttosto a una realtà secondo l’efficace e pragmatico “Reale è ciò che agisce” junghiano (1933). 

Il trauma è un evento, la cui gravità è nelle conseguenze più o meno maligne legate alla sua capacità di ledere il tessuto psichico rompendo le connessioni e instaurando rotture dissociative tra le modalità elaborative multiple, attraverso le quali abbiamo bisogno di vivere le nostre esperienze. Conduce a una perdita di complessità, ad un’amputazione del circolo elaborativo dell’esperienza, all’impossibilità di disporre della multifattorialità espressiva, affettiva e rappresentativa dell’esperienza. Forse in questo modo possiamo anche render conto della grande variabilità dei sintomi post traumatici, presenti anche in alcuni giocatori patologici, l’amnesia, le distorsioni, oppure, come in molti altri casi, la perfetta analiticità dettagliata dei ricordi, riconoscendo la qualità traumatica nella perdita dei legami tra funzioni che vengono, o restano, disconnesse.

Il rimando è alla condizione di potenziale disposizione al traumatismo di tutto lo sviluppo umano e può offrirci, avviandoci alla conclusione, alcuni spunti per la cura. Dice ancora Jung: “Scindibilità e trasmutabilità stanno, dal punto di vista funzionale, in strettissima relazione l'una con l'altra”. Nella normale dissociabilità della psiche risiede, quindi anche la sua potenzialità trasformativa, attraverso la possibilità, data da ogni nuova esperienza, di rompere e creare nuovi legami, come dire che il valore più profondo del lavoro psichico risiede in una trasformazione che non cambia nulla degli elementi di fondo, ma che tra-sforma, dà nuova forma, ad elaborazioni immaginative e affettive, di comprensioni che diventano nuovi contenitori per le solite vecchie cose. Direbbe, in altro modo Bromberg (2007), si resta “gli stessi nel cambiamento”, il cambiamento è in realtà una nuova organizzazione per sostenere sè stessi. Sostenere l’esperienza dell’incontro attraverso una costante elaborazione degli eventi, questo sarà il lavoro terapeutico, per costituire, da una parte, una condizione nella coscienza che consenta di stabilire un legame, e di riuscire a tollerare quel legame, dall’altra, con altri stati del Sé che si esprimono prevalentemente attraverso modalità tipiche di stati inferiori di coscienza, quali le rappresentazioni immaginative e oniriche, le manifestazioni affettive o somatosensoriali. Perché questo sia possibile, sarà altrettanto necessario il lavoro personale dell’analista sulle parti maggiormente dissociate per rendere tollerabile l’intollerabile, o rappresentabile l’irrappresentabile, attraverso una continua recezione e modulazione delle parti disregolate e una continua attenzione ai vissuti somato-affettivi, senza tradurre l’espressione di un linguaggio in un’altra, ma cercando di sostare in quel linguaggio.

Un giorno, Carlo mi racconta un suo sogno ricorrente: “Una strega in un castello mi aveva fatto un incantesimo e mi aveva paralizzato. Non riuscivo a muovermi. Se avessi provato a superare quel muro di pietra che avevo davanti per fuggire, la strega mi avrebbe terrorizzato ancor di più”. E’ la forza demoniaca diabolica, che emerge qui, di cui parla D. Kalsched (2001), l’attivazione di una difesa archetipica, il demonio, la strega, il malefico o anche la forza angelica, il benefico, in altre situazioni, che salva e protegge; tanto più la coscienza non è in grado di assimilare un contenuto, creando un nucleo dissociato, tanto più obbliga il processo inconscio ad avvicinarsi sempre più ad un ambito primitivo (arcaico-mitologico) e ad assumere le caratteristiche del funzionamento impulsivo-istintuale. Una scissione non valicabile, un’incompatibilità - di valore, di incomprensibilità cognitiva, di discordanza affettiva – che rende impossibile ogni accostamento, e che lascia affiorare lo spirito transpersonale, archetipico, proprio nel momento della frattura più radicale della soggettività. Una visione binoculare, quella di Kalsched aperta contemporaneamente sul mondo interpersonale e sul mondo mitopoietico; non risposta difensiva patologica, ma modalità creativa e autentica di “stare negli spazi” tra i due mondi, una visione funzionale della dissociazione, un “mantenere una doppia fedeltà”, al mondo interpersonale e al mondo mitopoietico, considerandoli altrettanto reali per lo sviluppo di una vita creativa, dove ancora una volta poter riconoscere quale unico valore di realtà ciò che agisce. E allora, com’è accaduto a Carlo, il gioco patologico può rappresentare quella fenditura, quel crepaccio, attraverso cui entrare in contatto con il mondo arcaico-mitologico, precipitando nei suoi abissi dissociativi per poter sperimentare disperazione e perdita, soprattutto dei punti di riferimento interni, e delle abituali strutture psichiche, ma anche l'unico varco attraverso cui poter entrare in contatto con le immense ricchezze, che si celano nelle profondità psichiche, segregate oltre i confini della razionalità permettendo il riconoscimento proprio di quelle aree escluse dalla consapevolezza attraverso un percorso che prevede la rottura delle antiche identificazioni ed attaccamenti coscienziali.

É questo il lavoro dell’analista, compagno di viaggio, che lascia emergere un'area psichica in cui il poter giocare insieme e con le proprie parti interne divenga il punto di partenza per ridare un nuovo senso alla propria existentia, in cui la notevole sapienza della psiche possa assicurare la sopravvivenza dello “spirito personale imperituro”, dell'”essenza della persona” (Kalsched).

In questo percorso di discesa agli inferi e risalita, peculiare delle dipendenze patologiche, tra desoggettivazione, perdita di significato e trasgressione, da una parte, e dall’altra, ricerca di un nuovo significato, di incontro con il sacro, di accostamento al numinoso, sta, a mio avviso, e concludo, quello che Jung scrive in “Anima e Morte” (1934): L’essenza della psiche si estende in tenebre che sono molto al di là delle nostre categorie intellettuali. L’anima contiene non meno enigmi di quanto ne abbia l’universo con le sue galassie, di fronte al cui sublime aspetto soltanto uno spirito privo di fantasia può non riconoscere la propria insufficienza”.

 

BIBLIOGRAFIA

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- Jung C.G., Psicologia della dementia precox (1907), trad. it. In Opere, Vol. 3, Boringhieri, Gli Archi, Torino, 1999.

- Jung C.G. Realtà e surrealtà (1933), trad. it. In Opere, Vol. 8, Boringhieri, Torino, 1983.

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- Le Breton D. Passions du risque. Métailié, 1991tr. it.: Passione del rischio. Edizioni Gruppo Abele, 1995.

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- Schore A. N. (2003). La regolazione degli affetti e la riparazione del Sé. Astrolabio, Roma 2010.

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